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Le cascate del Niagara

Avete presente il libro “La mia famiglia ed altri animali” di Gerald Durrell? Ecco, il viaggio che vi racconto ha degli echi di questo capolavoro tragicomico dello scrittore e zoologo britannico che a son di pennellate ha vergato su carta cinque esilaranti anni della sua vita in trasferta a Corfù con la famiglia. Basta cambiare i nomi e sostituire Corfù con le Cascate del Niagara, la famiglia Durrell con la famiglia Puosi e il gioco è fatto, si parte!

Ore 6 a.m. Aeroporto internazionale JFK – Grande Mela. Meltin pot, valigie al seguito, sbadigli. E controlli di sicurezza che dire accurati è poco. Il tipo della sicurezza ha la faccia di uno che non dorme da un bel po’ di tempo ma non molla, deve seguire il protocollo anti-terrorismo e chiede cose random a ogni persona che gli porge il passaporto. Passiamo nell’ordine mio padre, mia sorella ed io, ci vengono rivolte le stesse domande: Where are you going?” “What’s your name?. Tocca a mia mamma ancora in fase R.E.M., che fregata dall’ordine delle domande risponde al “Come ti chiami?” con “Buffalo“, segnando la sua rovina perché noi ci siamo piegati in due dalle risate per le successive ore con scarsissimo fair play familiare ma con un racconto dal successo garantito una volta rincasati.

La città che porta il nome di mia madre dista un’ora di volo da New York, l’aeroporto è piccolo ma l’ingranaggio è ben oliato e tutte le compagnie di viaggi organizzano pulmini che conducono alle Cascate del Niagara, fino a quel momento una distesa blu tra i trattini che dividono Stati Uniti e Canada sulle carte geografiche. Ci adotta Franky, un italiano trapiantato da trent’anni in queste lande così diverse dalla sua Salerno, affabile come Morandi durante l’ultimo Sanremo e simpatico come i programmi del primo pomeriggio sulle reti private. Non farà che ripeterci che lui non chiede la mancia ma se gliela lasciamo è meglio (e una targhetta sul furgone recitava qualcosa come “If you enjoy the trip leave a tip” a supporto di questa teoria).

La parte statunitense a sinistra e la parte canadese a destra - Cascate del Niagara

Nell’immaginario collettivo le Cascate del Niagara assurgono a natura incontaminata, alberi frondosi, acqua come il giorno del giudizio, scoiattoli tra gli alberi che ti danno il cinque: la delusione è cocente quando ti rendi conto che l’uomo ha fatto di tutto per trasformare queste bellezze naturali in un enorme flipper in cui le palline sono i turisti. Ad accoglierti al posto del ranger c’è il commerciante di palle di vetro con la neve e i delfini (delfini alle Cascate del Niagara?!), bicchieri da vodka targati NYC, alci di peluche, n-mila oggetti pacchiani dentro negozi illuminati a giorno stile Las Vegas.

Superati i primi istanti di smarrimento si comincia a fare caso al rumore assordante dell’acqua e agli schizzi che nebulizzano nell’aria come un enorme aerosol naturale da respirare a pieni polmoni: refoli canadesi che si mescolano a quelli statunitensi senza problemi di passaporto e di frontiera. What a wonderful world. L’impatto con la forza degli elementi è scioccante: dall’alto di una piattaforma sospesa in aria si ammirano i metri cubi d’acqua che si infrangono con forza sulle rocce creando un effetto di nebbia e nuvole come nelle migliori riproduzioni usate come sfondo per i giornalisti in realtà ingabbiati a Cinecittà.

La famiglia Puosi alle Cascate del Niagara

Profilo destro, profilo sinistro, profilo centrale: le foto ricordo d’ordinanza sono fatte, le varie combinazioni parentali sorella-mamma, papà-sorella, io-sorella sono presenti, la “classica” foto di mio padre che spinge mia madre di sotto… l’album di famiglia è completo, siamo pronti per farci incanalare come sgombri in un peschereccio che ci condurrà proprio a ridosso delle cascate. Ci viene fornita anche una ridicola mantellina blu made in China per proteggerci dagli schizzi che si dimostrerà inutile all’atto pratico, ça va sans dire. Le foto con la mantellina però sono utili per ricattare le persone: “Papi, prestami 100€ o tiro fuori la foto delle Cascate” – ammicco ammicco.

L’esperienza non è male, ti ritrovi in questo trabiccolo galleggiante a navigare sul confine di due Stati cercando allo stesso tempo di tenere la macchina fotografica, l’equilibrio e gli occhi aperti. Sai già che ne uscirai perdente, ma le risate sono assicurate e, viste da sotto, le Cascate del Niagara sono proprio imponenti, non può non venirti la strizza, almeno per un attimo, di venire risucchiati da tutta quell’acqua. Il giro in battello dura meno di mezz’ora dopo la quale ti sembra di aver combattuto a mani nude contro la natura, motivo per il quale sei costretto a comprare palle di vetro con la neve e i delfini, bicchieri da vodka targati NYC, alci di peluche, n-mila oggetti pacchiani per ricordarti di questa avventura.