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Sei mesi negli USA da studente a Berkeley

Per il tema dedicato agli U.S.A. non potevo non chiedere un parere a un mio amico che ha vissuto per 6 mesi a Berkeley…poi, visto che la chiacchierata è stata interessante ho pensato che fosse una buona occasione per pubblicare una piccola intervista :D

Ecco le mie domande e le risposte di Gianluigi…buona lettura!

 

Ciao Gianluigi, raccontaci un po’ della tua esperienza negli States. Perché sei partito, dove sei stato e per quanto tempo?

 

Beh, io sono partito per gli States durante il mio dottorato di ricerca grazie all’amicizia tra il mio tutor e il professore con il quale ho collaborato a Berkeley, University of California.

La mia esperienza lì è durata circa 6 mesi (meno un giorno per la precisione) per meri motivi di Visto (sono partito con un visto da Visiting Scholar J-1) e devo ammettere che la partenza non è stata affatto semplice. A dire il vero non so bene quali siano le prescrizioni per chi viaggia negli Stati Uniti come turista, ma posso assicurare che per accademici e soggetti interessati a lavorare lì, le procedure, le code e le estenuanti attese agli sportelli dell’ambasciata americana rendono il tutto piuttosto complesso.

 

Cosa più ti ha colpito degli Stati Uniti? 

 

I rapporti di scala. Tutto è fuori scala, tutto è ampio, enorme: le auto, le strade, le autostrade?!, le sedie del cinema e in assoluto…le persone (senza cattiveria ovviamente).

 

Cosa, invece, più ti ha deluso?

 

Più che delusioni, posso parlare di aspettative disattese: credo che nell’immaginario collettivo l’America rappresenti in genere un turbinio di luci, tecnologia, coca cola, americani col cappello da Cowboy e ragazze bionde dai capelli lunghi in corsa su spiagge dorate. Beh, diciamo che Berkeley non è affatto così; trovare un americano non è facile e la concentrazione di Coreani, Cinesi e Sauditi è elevatissima essendo questo centro universitario tra i più costosi al mondo.

 

In generale, è un’esperienza che consigli?

 

Posso dire che un viaggio in America è consigliato per tutti. Da un lato per sfatare molti dei miti che sin da adolescenti ci portiamo dietro e riportare sulla Terra il popolo che per primo ha messo piede sulla Luna; dall’altro per poter ammirare posti unici tanto naturali (come lo Yosemite Park e le sue favolose cascate) quanto artificiali (come il Golden Gate bridge, Las Vegas e tutte le assurdità che una città creata nel deserto porta con sé).

Sei stato nella cosiddetta Silicon Valley…è così come ce la raccontano? o non è tutto oro quello che luccica?

 

La Silicon Valley a differenza degli altri miti di cui parlavo sopra è esattamente come ci viene raccontata. Hai un’idea? Basta rivolgersi a un finanziatore (che può essere pubblico, privato, conosciuto, sconosciuto, banca, società farmaceutica, software house) e subito si ottengono i primi fondi. Ovviamente tutto sta nel saper presentare nel modo giusto la propria idea, nel renderla accattivante e soprattutto concreta, realizzabile e con margini di profitto per chi finanzia.

C’è da dire che così come si va facilmente in alto, allo stesso modo si rischia di sprofondare nell’oblio dell’indifferenza. Probabilmente non al primo, nè al secondo, ma con troppi flop nel curriculum, diviene quasi impossibile anche lavorare come cameriere al Caffè Strada degli studenti.
Quindi, caro Danilo, dico: “Sì, è tutto oro quello che luccica…ma se non stai attento te lo portano via.”

 

Hai fatto qualche viaggio “different” durante il tuo soggiorno negli USA? ce lo vuoi raccontare?

 

Ah Ah, certo che ho il mio viaggio “different”. Il mio compleanno è capitato proprio durante il mio soggiorno ed i miei amici italiani conosciuti a Berkeley hanno avuto la grandissima idea di regalarmi un biglietto per la gara di MotoGP di Laguna Seca; per gli appassionati, la mitica Laguna Seca del sorpasso di Rossi su Stoner al Cavatappi sulla ghiaia.

Tralasciando la magnifica esperienza al circuito, il lato “different” dell’esperienza sta tutto nel viaggio da e per Monterrey.
Il mio amico Alessandro ricercatore presso il Lawrence Berkeley National Laboratory aveva una moto, una Ducati di cui non ricordo bene il modello e abbiamo deciso di andare a Monterrey con quella. Partiti di prima mattina “per non perderci nemmeno un minuto di Warm-up”, ci ritroviamo dopo 2 ore da centauri in piena freeway, proprio alle porte della meta, circondati da decine e decine di altri motociclisti e, come perfetti italiani, nel timore di far tardi e non trovare parcheggio, acceleriamo, acceleriamo, acceleriamo..e…paletta!
Un poliziotto in moto (esattamente come nei Chips) ci affianca e ci “invita” ad accostare, chiede la patente ad Alessandro che, vivendo in California da più di 3 o 6 mesi non ricordo bene, avrebbe dovuto sostenere l’esame per ottenere la patente californiana, e invece…
In pratica nel giro di pochi minuti ci viene detto che la moto è sequestrata, multa salatissima e, se vogliamo, al massimo una pattuglia può accompagnarci alla stazione di servizio più vicina. Mi chiedo ancora se avessimo rinunciato, secondo loro come avremmo dovuto uscire dall’autostrada. A piedi? Mah…
Da lì in poi, a parte gli sproloqui legittimi di Ale, il viaggio si è tramutato in avventura, una splendida avventura. Arrivo in stazione di servizio, taxi fino al parcheggio dei mezzi privati, acquisto del biglietto della navetta fino al circuito e poi…divertimento puro. Italiani ovunque, e, fortunatamente, anche alcuni nostri amici venuti sin lì in macchina (sono pochi i pazzi in giro come noi) che ci hanno gentilmente offerto un rientro in compagnia. Il rientro poi è stato dei migliori, tra soste all’acquario di Monterrey e visita alla 17 Miles Road, una tra le strade più famose della California con scenari indimenticabili che consiglio a chi si troverà a passare da quelle parti.
Come al solito mi perdo nei ricordi di quel viaggio…

 

Andiamo più sul tradizionale, hai vissuto a Berkeley, com’è l’esperienza in un campus?

 

Diciamo che la vita che ho fatto io a Berkeley è stata piuttosto atipica. Mi trovavo lì come Studente in Visita ma in realtà tenevo corsi di progettazione collaborativa digitale immersiva in ambienti 3D e quindi non ero soggetto alla frequentazione costante di corsi ma potevo scegliere tra tutti quelli attivi e seguire lezioni qua e là. Il campus di Berkeley offre in ogni caso infinite risorse tra biblioteche affollate o deserte, parchi immensi dove studiare e connettersi su internet a velocità per noi impensabili, trovando prese di corrente per ricaricare il Notebook nascoste ai piedi degli alberi del parco. Diciamo che un campus come quello di Berkeley fa venir voglia di studiare: ci si sente quasi in colpa nel non sfruttare quanto messo a disposizione ma allo stesso le distrazioni non mancano: piscine, centri sportivi, campi per qualsiasi sport inclusi nella quota di iscrizione non aiutano di certo nell’organizzazione delle giornate di studio.

Qualche suggerimento per i nostri lettori che andranno a San Francisco?

 

Da non perdere il tour in barca a vela nella baia: si trovano molte occasioni per farsi un bel giro a prezzi contenuti magari, come nel mio caso, con bibite e pasto del pescatore inclusi.

Ovviamente il giro con il “trenino” come chiamo io la Cable Car lo consiglio solo a chi non può farne proprio a meno…ore e ore di attesa per farsi un giro in tram quando invece affittare una bici costa meno e appaga di più.

Per il resto, l’intera Downtown è stupenda e San Francisco si conferma tra le città più belle del mondo, con i suoi sali-scendi, i parchi nascosti e la nebbia dall’oceano che, puntualmente, alle 16.45 avvolge tutto e tutti.

Culturalmente, quali sono le maggiori differenze tra gli americani e gli europei?

 

Gli americani e gli europei sono piuttosto simili, con alcune differenze però sostanziali: americano è quantità, europeo qualità; l’americano è tanto, l’europeo, giusto; l’americano è legge, l’europeo o forse l’italiano è…. legge?

 

Secondo te esiste ancora negli europei il cosiddetto “sogno americano” tanto in voga negli anni ’80?

 

Sinceramente credo di no, più che altro negli europei vive ancora la voglia di sfida con gli americani, la volontà di dimostrar loro che non siamo da meno, che anzi in alcuni campi ne sappiamo più di loro, e il nostro andare lì è quasi alla ricerca di una rivalsa e di una volontà di riconoscenza da parte loro della nostra superiorità…che mai ci sarà. Nessun Popolo credo mai ammetterà che un altro, un terzo, è superiore, mai.. e infatti noi Italiani siamo i migliori. :)

 

Infine, la domanda di rito: torneresti negli USA?

 

Anche domani…se mi pagassero di nuovo il viaggio! ;)