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Un giro in moto tra le province di Lucca e Pistoia

Nero, nero, nero.

AGV, AGV, AGV.

Nero, nero, nero.

AGV, AGV, AGV.

La prima manciata di minuti in cui ho cavalcato una moto di almeno quattro volte il mio peso è stato un’alternanza di occhi a fessura e testa dritta verso il casco dell’uomo che si era preso la briga di accompagnarmi a fare un giro per i colli della lucchesia. Le mie mani erano diventate rigide con le nocche bianchissime, le dita serrate ad avvoltoio sulle sbarre del portapacchi e i miei piedi erano immobili sulle pedaline estratte all’occorrenza.

Prima di questa scampagnata un paio di occasioni mi avevano convinto a rimanere lontana dalle due ruote con una cilindrata superiore ai 125: una decina di chilometri in sella a una Ducati guidata da uno che voleva inculcarmi la desmodromia con l’insistenza di un testimone di Geova che in pieno inverno mi liquidò con un “quella sciarpa di lana vedi di non farla svolazzare come all’andata” e tanti saluti e un secondo tentativo di farmi piacere la velocità sulla Husqvarna del ragazzo di mia sorella, che con molta pazienza sopportò sulle curve delle nostre strade di campagna i miei rosari laici di preghiere inframmezzate da imprecazioni. Sono esperienze che ti segnano, ed è difficile che qualcuno riesca poi a farti cambiare idea. Eh già.

Il Ponte della Maddalena o Ponte del Diavolo

Dopo i primi momenti di assestamento ho capito che non avrei potuto passare l’intera giornata sperando che non fosse giunta la mia ora, pensando cose stupide come quando si è bambini del tipo “Dio, se mi fai arrivare vivo in fondo a questa giornata ti prometto che sarò per sempre ubbidiente e mangerò ogni cosa che mi verrà messa nel piatto” o ancora “Dio, se domani la Prof. di italiano non mi becca per l’interrogazione su Manzoni studierò sempre e smetterò di andare dietro ai ragazzi”. Quindi ho pensato di sfruttare quel viaggio per assaporare da un’altra prospettiva paesaggi già visti nel corso degli anni, solo che invece che attraverso il vetro di una macchina li guardavo da dietro una visiera trasparente di un casco marcio riesumato dalla cantina. Mi sono piano piano affacciata dalla spalla di quell’uomo molto convincente alla guida e ho visto intorno a me colori e forme che sono gradualmente diventate piacevoli da osservare.

Mi sono accorta ben presto che i viaggi in moto come passeggera sono un’ottima occasione per formulare teorie sociologiche sui motociclisti. I titoli di un’ipotetica raccolta sul mondo delle due ruote sarebbero “Del perché i motociclisti si salutano tra loro ma raramente si fermano a soccorrere uno sconosciuto in difficoltà” a “Mille e uno modi di salutarsi in moto: dal cenno con tre dita alzate al piede sollevato su una curva a gomito” e ancora “Motorrad: il numero degli stemmi sulle moto è direttamente proporzionale agli anni del centauro?” per finire con un interessantissimo “Come riconoscere se la ragazza zavorrata dietro al motociclista è la ragazza storica o è nuova di zecca: dal completo della Dainese al giubbetto di pelle con cui esce anche il sabato sera”. Ovviamente io non ho un completo della Dainese.

Dettaglio del ponte sospeso

Tra tornanti, drittoni di asfalto e rari semafori mi passavano accanto paesaggi degni di nota: le colline di Massarosa piene di ulivi col lago sullo sfondo, gli alberi fitti del tratto fino a San Martino in Freddana, le case arroccate sulle colline dei paesi dell’entroterra lucchese e le ville padronali con le siepi sempre in ordine, fino ad arrivare alla diga che raccoglie l’acqua del fiume Serchio e il bellissimo Ponte della Maddalena a Borgo a Mozzano, conosciuto dai più come Ponte del Diavolo. Qui una tappa è d’obbligo non solo per sgranchirsi le gambe ma anche per scattare un po’ di foto ad un ponte leggendario opera dell’ingegneria medievale e da tempo immemore avvolto di mistero.

Per raggiungere la destinazione prestabilita occorreva scavallare il confine tra la provincia di Lucca e quella di Pistoia sulla strada che porta all’Abetone, meta frequentata dagli sciatori in inverno e gli amanti del trekking in estate. Quando ormai mi sentivo investita (anzi, per non dare adito a strane sovrapposizioni di campi semantici e, ammettiamolo, per scaramanzia evitiamo questo termine) dicevo, quando ormai mi sentivo benedetta dalla buona stella di Valentino Rossi ecco che il cartello “Ponte sospeso di San Marcello Pistoiese” si è parato di fronte ai nostri occhi. Eravamo arrivati, non restava che scendere e attraversare quella passerella di cavi d’acciaio sospesa a 36 metri di altezza sopra il fiume Lima e goderci la giornata di sole.

Il ponte sospeso in provincia di Pistoia

E poi… ”La strada del ritorno ha sempre qualcosa di malinconico. Una leggera tristezza” (cit. Banana Yoshimoto)