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La magia del Quartiere Coppedè

Ho scoperto il quartiere Coppedè circa due anni fa: me ne parlò un mio allora collega dell’Enel, la cui sede si trova quasi al confine, in viale Regina Margherita.
Mi ricordo che mi affascinò molto, con quell’atmosfera magica e surreale, tanto che il giorno dopo cercai informazioni sul web e ne scrissi in un post sul mio blog.
Quello che ho scoperto ricominciando le ricerche, e facendo capolino più volte in questi giorni, è che il Quartiere Coppedè, nonostante il nome, non è un vero e proprio quartiere, ma una piccola area, situata nel quartiere Trieste, composta in tutto da quarantacinque palazzi disposti intorno al nucleo centrale di piazza Mincio.

Piazza Mincio

Il nome si deve all’architetto e scultore fiorentino Gino Coppedè, che lo realizzò tra il 1913 ed il 1921 (sulle date ci sono versioni contrastanti), con interruzioni dovute alla I Guerra Mondiale e alla morte dell’architetto nel 1927, pare avvenuta per suicidio.
L’entrata è maestosa e si può vedere da via Tagliamento: un grande arco che congiunge i due palazzi degli ambasciatori, dal quale scende un grande lampadario in ferro battuto. Superato l’arco ci si immerge nell’atmosfera fiabesca e dallo stile unico: un misto di Liberty, Gotico, Art Déco, passando dall’arte del Medio Evo al Barocco, all’antichità greca, con rimandi a motivi mitologici e ad elementi naturali, con aggiunta di torri e logge decorate con mosaici e sculture.
In particolare i villini, di due o tre piani e composti da archi e torrette, sembrano dei  piccoli castelli, con cancelli in ferro battuto a proteggere la privacy e alberi che svettano alti come torri.

Il nucleo centrale del quartiere è piazza Mincio, nella quale si trovano:
Fontana delle Rane: le vasche sono popolate da rane, quattro nella conca inferiore, che versano l’acqua nelle conchiglie sorrette dalle quattro coppie di figure, ed altre otto sul bordo della conca superiore. Sul bordo della vasca è raffigurata anche un’ape, richiamo alla Fontana delle Api del Bernini (tra piazza Barberini e via Veneto) e tributo a Roma. Si narra che i Beatles si fecero qui il bagno vestiti dopo il concerto tenuto nel vicino Piper.

Fontana delle rane e villino delle fate

Palazzina del Ragno: di ispirazione assiro-babilonese, il nome si deve all’enorme ragno rappresentato sulla facciata.

Villino delle Fate: è caratterizzato da una totale asimmetria, con archi e fregi medievali e rappresenta un ottimo esempio di commistione di stili e fusione di diversi materiali, come il marmo, il laterizio, il travertino, la terracotta, il vetro.

Il quartiere, per la sua particolarità, è stato utilizzato come location di diversi film ma prima ancora si lasciò ispirare dalla scenografia del film “Cabiria”, dalla quale copiò il portone di un edificio costruito nel 1926.
“La ragazza che sapeva troppo” (1963) di Mario Bava è ambientato qui, e anche Dario Argento fu rapito dalla magia del luogo e vi ambientò la coltellata del lungometraggio “L’uccello dalle piume di cristallo” (1970) e alcune scene di “Inferno” (1980): la casa della Mater Lacrimarum si trova in piazza Mincio ed è lo stesso palazzo utilizzato dal regista Richard Donner ne “Il presagio” (1976).
Altri film con alcune scene girate qui sono l’horror “Il profumo della signora in nero” (1974) di Francesco Barilli, “Ultimo tango a Zagarolo” (1973) di Nando Cicero, “Audace colpo dei soliti ignoti” (1960) di Nanni Loy con Vittorio Gassman.