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Nel silenzio di Erto e Casso

Prime domeniche d’autunno, quando i colori esplodono e piante e alberi si dipingono dei più intensi rossi e gialli. Un insieme di sfumature che rende questa escursione in compagnia semplicemente perfetta.

Siamo io e Luca, grande amico di vecchia data. Insieme, condividiamo la passione per Mauro Corona. Personaggio alquanto eclettico; scultore, scrittore, alpinista e per metà filosofo.

Ma prima di tutto, uomo vissuto dalle grandi esperienze. E proprio le sue storie di paese ci hanno affascinato e spinto verso Erto e Casso. Quindi, da Longarone saliamo verso la Val Cellina che s’inerpica fin da subito. Ma, superate le gallerie, dobbiamo fermarci per forza. Sapete già il perché?! Beh, spregiudicato ed imponente, ci imbattiamo in questo triste monumento che tutti voi già conoscete: la diga del Vajont. Scendendo dalla macchina sembra di stare all’interno di una bolla di sapone. Noi non eravamo ancora nati quando il monte Toc decise (o chi per lui) di franare nel lago artificiale. Era la notte del 9 ottobre 1963. Ma questa storia la sapete già.

Allora voglio raccontarvi dei paesini che sono rimasti, dei sopravvissuti. Si chiamano l’uno Erto, l’altro Casso. Noi decidiamo fin da subito di dirigerci verso il primo nella speranza d’incontrare il nostro caro autore. Si tratta di una vera e propria chicca, il paese vecchio intendo. Infatti, vi è anche una parte nuova che noi troviamo spoglia e priva di personalità. Ragion per cui ci concediamo il tempo di vagare per le vie che costituivano il cuore pulsante nei racconti di Corona. Antiche case in muratura risalenti a secoli addietro sono state volutamente e sapientemente ristrutturate per attirare nuovi abitanti in questo luogo, lasciato per troppo tempo in balìa della solitudine e della non-curanza. Ora però sta rinascendo e reincarnando ciò che il popolo tedesco meglio definisce con “klein aber fein” (piccolo ma carino). Balconi e finestre traboccano di fiori rossi, viola e bianchi. Ogni casa ha un suo fascino particolare e mostra con molta eleganza di essere stata amata e allo stesso tempo vissuta. Talvolta, tendiamo l’orecchio per meglio ascoltare il silenzio che regna sovrano nelle strette vie. Quindi io e Luca ci guardiamo, ma non parliamo. Proviamo ad immaginare il lavoro degli uomini nelle botteghe così come quello delle madri ai fornelli. Le fughe di giovani amanti lungo i pendii scoscesi del paese e le marachelle dei bambini che tornano da scuola. Il cielo sopra di noi è sereno e radioso quindi ci fermiamo alla vecchia osteria Gallo Cedrone per bere una birra e parlare di ciò che abbiamo visto.

La signora dietro al banco è molto carina e ci da un caloroso benvenuto. Anche il locale si presenta bene. Di certo non troverete filetto di manzo o sushi giapponese, bensì piatti tipici del posto. Genuini e freschi come quelli di una volta, come le cose fatte a mano. Così, la mattinata è già passata e chiediamo informazioni per visitare il fratello minore Casso, che sovrasta la diga. La padrona ci consiglia di tornare in macchina fino al dismesso bacino artificiale e da lì risalire a piedi il ripido sentiero. Allora noi saliamo, saliamo e saliamo. Zigzaghiamo fra alberi e rocce. Facciamo delle brevi pause per riposare e guardare a sud, guardare più in la delle montagne. Camminiamo all’incirca un’ora o poco più.

Ne è sicuramente valsa la pensa, oltre ad ammirare ora la stretta vallate d’alto, abbiamo avuto la possibilità di riflettere su vari aspetti di questi posti. Dalla tragedia, all’essere visitatori (non turisti) di luoghi quasi sacri, dove l’apparenza può ingannare. Infatti, c’è una strana sensazione di essere di troppo, non voluti. Ma cari viaggiatori vi rincuoro. Non è certamente così! L’abitato di Casso è addirittura più curato, più ricco di dettagli. Angoli contornati da rosari, fiori, dipinti e madonnine sparse qua e la negli anfratti delle case.

Lungo le stradine incontriamo pressoché nessuno. Proprio come a Erto. Ma curiosi seguiamo le frecce che ci portano ad un piccolo negozio di souvenir e prodotti locali. Anche qui c’è una signora a servirci. Parliamo un po’ e le chiediamo di prepararci un tagliare di formaggi. Ne assaggiamo quattro tipologie e sono tutte davvero buone. Questa però è anche l’occasione per conversare un po’ con lei. Evitiamo domande dirette riguardanti il Vajont e spostiamo l’argomento sul paesello, ma notiamo uno strano vivere in lei, un aspettare qualcosa di non ben definito. Poi le facciamo i nostri sinceri complimenti per le prelibatezze e l’accoglienza così gentile e garbata. Le è una delle 25 anime che abitano lì e siamo contenti di averla incontrata.

Ora, il cielo si è oscurato e non promette nulla di bene. Quindi scendiamo in fretta e furia il pendio che ci porta alla macchina e, con passo leggero lasciamo questi luoghi fermi nel tempo che meritano di rivivere i lustri dei tempi migliori.

P.S.: Immancabilmente un pensiero vola leggero verso tutti coloro che aria ed acqua hanno portato via. Per la giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo. Semplicemente per non dimenticare.