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Nelle terre estreme della Siberia

Le montagne della Siberia - Foto di jurvetson

Le montagne della Siberia - Foto di jurvetson

Mi è stato chiesto di scrivere un testo da inserire nel filone “le terre estreme” e ho deciso di accettare, ma in maniera critica. Prima di mettere nero su bianco bisogna riflettere sul significato di questi due termini: terre estreme.

È possibile parlarne in maniera assoluta o solamente in maniera relativa? Le terre estreme sono luoghi che esistono davvero come tali e così possono essere connotati in maniera oggettiva, oppure sono o possono essere estremi anche altri posti, frutto di una nostra elaborazione e di un miscuglio di elementi di per sé estranei al solo contesto ambientale/fisico?

Qualche esempio per dissipare il fumo da queste mie fosche parole e farne comprendere il significato: una qualsiasi strada o stazione ferroviaria d’Italia può considerarsi una terra estrema? No, dal punto di vista meramente ambientale (non è un deserto, non è una foresta vergine, ecc.). Eppure può esserlo, ad esempio durante i periodi di coprifuoco, di bombardamenti nell’ultima guerra, oppure in caso di rivolte sociali o di contesti “socialmente” difficili, dove ci si deve muovere secondo certe regole non scritte e la vita può essere a rischio come in un canyon infestato da serpenti a sonagli. Estremo può essere lo stesso luogo di lavoro. Prima di iniziare il mio racconto intendo dunque focalizzare l’attenzione di ogni lettore su questo aspetto, sui criteri per giudicare un luogo, una regione, un ambiente, come “estremo”. Lancio questa riflessione, lasciando ognuno libero di arrivare o meno ad una conclusione.

Nella Siberia orientale la taigà copre ancora gran parte del territorio e, lontano dai centri abitati, è possibile calarsi nella natura e provare a vivere in perfetta solitudine, contando solo sulle proprie forze, sulle proprie abilità e sull’esperienza acquisita in questi luoghi. In questo modo vivono ancora parecchi cacciatori. Ho scelto con cura l’itinerario e, una volta contattati dei conoscenti a Uoyan, non lontano dal lago Bajkal, ho capito che questa era la volta buona per immergersi nella vita invernale della taigà. Solo con dei cacciatori locali ci si può addentrare nelle valli disabitate della catena Verkhneangarski. Solo loro conoscono i sentieri, i luoghi pericolosi, le piste sul ghiaccio e, soprattutto, l’ubicazione degli zimovyo, le capanne di legno usate come rifugi per passare la notte nella foresta. Muoversi con loro per una settimana è un privilegio e un’opportunità di vita per entrare in contatto con un vero stile di vita locale.

Siberia, Foto di Daniele

Siberia, Foto di Daniele

Nel 2011 le temperature globali sono ormai stravolte dall’effetto serra e qui, a febbraio, variano da un -15° diurno (valore fuori dalla media) ad un -45° notturno. Ci sono giornate più miti ed altre più in linea con la media delle temperature, ma i gradi dell’aria al suolo non sono l’unica insidia cui bisogna tener conto.

Nell’isba più lontana, nella parte finale del territorio del gruppo di cacciatori con cui mi sposto, vivono permanentemente due persone, che si danno il cambio ogni 3-4 mesi. La capanna di legno in cui si trovano è collocata sulla riva scoscesa del fiume Pravaya Mama e dista quasi tre giorni di motoslitta dalla ferrovia, per indicare il punto più vicino da raggiungere in caso di necessità. Si vive immersi nella solitudine e, quando si smette di camminare sulla neve dura e ci si ferma ad ascoltare, è il silenzio, più del freddo, a gelare l’anima nel corpo. Nulla. Né un ruscello che scorre, né un animale che si muove, né il vento che serpeggia tra gli alberi. Ci si sente osservati dalle montagne, dall’alba che sorge, dalle conifere immobili, dai laghi gelati sepolti sotto la neve.

In questo contesto bisogna sapersela cavare in tutto: riparare il motore della motoslitta, saper condurre le renne, costruire una capanna, accendere un fuoco in qualche secondo, pescare sul ghiaccio di laghi e fiumi, interpretare le condizioni atmosferiche, catturare gli animali nelle trappole predisposte, localizzare eventuali bracconieri, guardarsi dagli orsi (in estate)? Insomma, bisogna sapere vivere autonomamente.

Questa è una caratteristica che, storicamente, l’uomo ha sempre dimostrato di avere e che invece negli ultimi secoli sta perdendo, sta rifiutando, per scegliere una via apparentemente più comoda, che però presto o tardi, secondo la mia opinione, è necessario abbandonare. Ecco da dove scaturisce forse il fascino delle “terre estreme”: sono lì a ricordarci ciò che siamo o che dovremmo essere e che ora abbiamo timore di affrontare. Il richiamo di questi luoghi colpisce tutti, positivamente o negativamente, questo dipende da quanto una persona nel suo cuore rifiuta la vita da cui tutti proveniamo. Dalla capanna abitata tutto l’anno ci muoviamo verso nord e il cammino è sempre più duro. Ora nemmeno le motoslitte, nemmeno le renne possono essere d’aiuto. Si procede a piedi salendo lungo una stretta valle pesantemente innevata, non esiste sentiero e ci si deve inoltrare sul corso gelato del torrente Bultarynda.

L’obiettivo è il lago omonimo, a quota 1400 m, che si dipana in un altopiano, tra le vette dei monti nudi circostanti. Le renne scivolano e sbattono gli zoccoli e le magre zampe sul ghiaccio dei naled, le croste di ghiaccio sotto cui scorre l’acqua vivace dei torrenti, che per la sua irruenza non gela fino in profondità. Le renne non ce la fanno! Figuriamoci noi. Si avanza solo perché si vuole avanzare. La neve alta rende ogni passo spossante e facilita la perdita di vista del tratto gelato da seguire, con il rischio di sprofondare nel corso d’acqua. Bagnarsi a queste temperature può significare una condanna. La concentrazione deve restare massima ad ogni passo. Verso le quattro del pomeriggio inizia il tramonto. Per quell’ora si deve essere al riparo, nello zimovyo sulla riva del lago Bultarynda. Tutti lo sanno e, indipendentemente dalla stanchezza, l’obiettivo deve essere raggiunto.

Lago ghiacciato in Siberia - Foto di Daniele

Lago ghiacciato in Siberia - Foto di Daniele

Mi immagino una persona vinta dalla stanchezza che si accascia, sprofondando nella neve, per riposare un attimo, cinque minuti (dieci) mentre tutto ciò che sta intorno assiste muto: morire nel silenzio più assoluto, senza che nemmeno un albero se ne accorga. Arrivati allo zimovyo bisogna accendere il fuoco, legare le renne, forare quasi un metro di ghiaccio e pescare, cucinare, sradicare le assi del tavolo dalla parete per creare lo spazio per dormire in quattro in uno spazio stretto per due. Ci si addormenta con lo sguardo che si perde nel fuoco che rende questi pochi metri quadrati un approdo sicuro in un mare di ghiaccio. Parlo con Sergej, che afferma: “Oggi non è stato niente, la taigà è stata buona“, e ancora: “Le avventure da ricordare sono altre”. Un sorso di vodka e latte e domani si ricomincia, nelle “terre estreme”!