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Quando un padre viaggia per lavoro

[...] ti saluto dai paesi di domani
che sono visioni di anime contadine
in volo per il mondo

mille anni al mondo mille ancora
che bell’inganno sei anima mia
e che grande questo tempo che solitudine
che bella compagnia.

Fabrizio De André – Anime Salve

 

Quando i lettori di Travel Different hanno scelto come tema del secondo numero “Viaggi di lavoro“, la prima cosa in assoluto che mi è venuta in mente è stata la partenza di mio padre per l’Abruzzo. Ero ancora al liceo e lui lavorava a Viareggio a due passi dalla scuola che frequentavo, facevamo tutte le mattine la strada insieme e fu abbastanza traumatico sapere che, da lì a pochi giorni, sarebbe partito per una regione allora per me sconosciuta e sarebbe rientrato a casa solo nel fine settimana.

Come tutte le discussioni con mio padre, anche quella del trasferimento durò il tempo di uno sguardo: nei suoi occhi c’era una scelta inevitabile, nei miei comprensione e appoggio. Per quanto dolorosa la soluzione era una sola: seguire l’istinto. Fu così che mio padre si trasferì ad Avezzano in provincia de L’Aquila e mia madre, mia sorella ed io ci abituammo a cene coi posti scombinati al tavolino precedute da una telefonata di aggiornamento.

Quello che segue è il racconto di mio padre sui suoi tre anni in Abruzzo: nessuno meglio di lui può raccontarci cosa significhi viaggiare per lavoro avendo una famiglia a casa ad aspettarlo ogni fine settimana.

Orso Marsicano – foto di Marco Tersigni

“Nel corso della vita di ogni persona, può accadere di doversi spostare per motivi di lavoro.

Meglio se certe esperienze si fanno in età giovanile, ma a volte gli sviluppi di carriera e le prospettive di miglioramento portano a determinate scelte che determinano cambiamenti radicali nella propria vita.

A me è accaduto a 46 anni, quando dopo 27 anni di onorata e ordinaria carriera svoltasi a pochi chilometri da casa si è prospettata la necessità di operare una scelta esistenziale tra affrontare una vita avvolta nell’anonimato (vicino a casa, senza troppe prospettive di miglioramento, in ruoli marginali) o approfittare di un’occasione per iniziare un nuovo ruolo, più appagante e con migliori prospettive, per altro in compagnia di persone di cui fidarsi, però lontano da casa e dagli affetti. Non è stata una scelta facile a quell’età e con due figlie ancora adolescenti, ma ho seguito l’istinto che mi diceva che dovevo optare per quello che più mi sarebbe piaciuto e sono partito.

Nel 2003 dalla natia Versilia ho accettato un incarico nuovo in Abruzzo, a ben 450 km da casa. Quando sono partito con le lacrime che scendevano dagli occhi non avrei mai pensato che avrei affrontato l’esperienza più appagante della mia carriera e che avrei conosciuto un mondo nuovo, una regione della quale si parla poco, ma che racchiude bellezze paragonabili a quelle di tante altre regioni italiane.

La piana del Fucino vista da Pescasseroli

Ho sempre sostenuto che non si può solo vivere per lavorare senza conoscere ed apprezzare i luoghi in cui si opera. Avevo avuto modo di lavorare da giovanissimo a Ponte Buggianese (PT) dove la piccola chiesa locale racchiude affreschi di Pietro Annigoni (che ho avuto modo di conoscere). Ho lavorato a Viareggio e anche a Pietrasanta, dove ogni piazza ospita una statua di un grande artista che ha lavorato il marmo o fuso il bronzo nella Piccola Atene, e quindi perché non ammirare le opere (fra gli altri) di Botero, Mitoraj (anche loro conosciuti personalmente), Pomodoro ecc.

Così anche in Abruzzo ho deciso che avrei sfruttato l’occasione di una permanenza che pensavo breve (e che invece è stata di tre anni) per conoscerne il territorio, ed è stata una sorpresa molto positiva.

In Abruzzo ci sono piccoli centri che hanno il sapore di un’Italia oramai introvabile e scenari che a volte si aprono allo sguardo quando meno te lo aspetti. Montagne innevate dalle quali in un attimo si scivola sul basso Adriatico con i suoi trabucchi caratteristici. Paesi di montagna che sembrano spingere le loro terrazze fino sul mare. Penso a Guardiagrele, che D’Annunzio definì la terrazza di Abruzzo, ad Atri e a Lanciano ai piedi del possente Massiccio della Maiella. Ci sono cittadine caratteristiche come Sulmona, o come Scanno, posti immersi in parchi meravigliosi come Pescasseroli, dove l’orso marsicano la fa da padrone. Paesetti caratteristici che sembrano ancorati al Medio Evo, teatro di film famosi, come Rocca Calascio (tra tutti Lady Hawke e Il nome della rosa) o Santo Stefano di Sessanio, oramai patria degli inglesi. E poi laghi di montagna dove in estate ho fatto anche il bagno, come il Lago di Scanno, il Lago di Barrea ed il Lago di Campotosto che divide l’aquilano dal reatino.

Paesaggi particolari come la piana del Fucino, ricavata dal prosciugamento di quello che fu il terzo lago italiano per estensione e oggi una delle poche zone pianeggianti dove poter coltivare qualcosa nell’intera regione, circondata da montagne imponenti e dal Parco Nazionale d’Abruzzo.

 

E poi l’altopiano delle Rocche (Rocca di Mezzo, Rocca di Cambio ecc.) che dal Fucino, per le antiche strade in parte ricavate dai tratturi dei pastori, passando da località oggi rinomate per lo sci come Ovindoli, portano alla maestosa ed austera L’Aquila, oggi ferita irrimediabilmente dal terremoto di due anni fa, sovrastata dallo splendido massiccio del Gran Sasso dal quale, in giornate di particolare limpidezza, si arrivava a vedere il mare oltre Teramo. Nelle serate d’estate, prive di luna, si vedeva un cielo talmente stellato che sembrava la rappresentazione del Presepe e a volte pareva di toccarle quelle stelle splendenti che non ho più visto in altri luoghi.

Rocca Calascio innevata - foto di Andrea Parisse

I miei tre anni di lavoro lontano da casa hanno voluto dire sì tre anni di pendolare del venerdì con oltre 60.000 km percorsi ogni anno, hanno voluto dire fatica e rischi corsi sulle autostrade del centro Italia, ma hanno voluto dire anche aver incontrato persone meravigliose, sempre pronte a far festa e a condividere i piaceri della tavola. Lavorare in Abruzzo vuol dire anche conoscere paesaggi meravigliosi, come lo spettacolo delle montagne innevate che nelle sere di luna, tornando dall’Adriatico verso la piana del Fucino, sembravano colorarsi di azzurro come la fata turchina.

Hanno significato scoprire tesori archeologici come Alba Fucens, ma anche saper ascoltare il rumore che fa la neve cadendo a fiocchi giganti nelle sere d’inverno, quel soffio di vento che sembra il respiro scaturito dalle montagne, mentre i fiocchi scendono rapidi a terra e la ricoprono di un candido manto.

Non si vive solo per lavorare, si lavora per vivere e si devono cogliere le occasioni che, attraverso gli impegni di lavoro, possono far scoprire mondi nuovi ed affascinanti, e alla fine dei miei tre anni di “pendolare”, pur felice di tornare vicino a casa dalla mia famiglia, ho pianto nuovamente lasciando quei posti e quelle persone che resteranno sempre nei miei ricordi e nel mio cuore.”

Duilio Puosi