• Pin It

Viaggio in Bosnia sulle orme di Ivo Andrić

Nessuno può immaginare che cosa significhi nascere e vivere al confine
fra due mondi, conoscerli e comprenderli ambedue
e non poter fare nulla per riavvicinarli, amarli entrambi
e oscillare fra l’uno e l’altro per tutta la vita,
avere due patrie e non averne nessuna, essere di casa ovunque
e rimanere estraneo a tutti, in una parola, vivere crocifisso
ed essere carnefice e vittima allo stesso tempo.

Ivo Andrić

Ci sono posti che ti entrano nell’anima, luoghi che dopo averli visitati continui a portarli nel cuore per sempre; a me è successo con la Bosnia.

Quando ho saputo che su Travel Different avremmo parlato di libri, istintivamente ho pensato a Ivo Andrić, il più importante scrittore Jugoslavo. Ho pensato di ispirarmi a “Racconti di Bosnia”, un libricino comprato in un mercatino poco dopo il mio ritorno dai Balcani.

L’ultimo racconto presente nel libro si chiama “I ponti” e mi ha dato l’idea di essere la metafora adatta per raccontare l’ultimo secolo di questo paese la cui storia è spesso passata attraverso i ponti.

Il ponte Gavrilo Princip

Vi dice qualcosa il nome di Gavrilo Princip? Forse no, ma dovete sapere che fino a poche decine di anni fa il Ponte Latino di Sarajevo si chiamava Principov most proprio in suo onore.

Gavrilo Princip fu l’attentatore che, il 28 Giugno del 1914, uccise il principe Francesco Ferdinando e sua moglie offrendo il casus belli della Prima Guerra Mondiale.

L’attentato avvenne proprio davanti al ponte che per questo motivo dopo la guerra fu intitolato al giovane Gavrilo.

Oggi ci sembra incredibile intitolare un ponte a un assassino ma questo ci fa capire quanto la figura di Princip fu controversa e quanto la sua immagine fu sfruttata rappresentandolo come una sorta di eroe nazionale serbo. Per farvi capire quanto fosse venerato basta pensare che sul ponte, nel punto esatto in cui Princip esplose i due colpi mortali, c’era una lapide di marmo con le impronte dei sue piedi (in stile hollywoodiano, direi) e questo epitaffio: “Da questo posto il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip sparò per esprimere la propria protesta contro una tirannia secolare ed il perenne desiderio dei nostri popoli verso la libertà”.

Impronte e lapide dedicate a Gavrilo Princip (foto di xinem - Flickr)

Ora le cose sono cambiate, la lapide di marmo non c’è più, ma di fronte al ponte c’è un piccolo museo che racconta la storia dell’attentato e dell’attentatore (in modo meno romanzato e più obiettivo di come si è fatto per tanti anni).

Insomma, da un secolo, la figura di Princip divide i locali tra chi lo reputa un eroe e chi preferisce dimenticarlo come simbolo dei disastri che nascono dal nazionalismo.

Lo Stari Most di Mostar

Ottant’anni dopo l’attentato di Princip, un altro ponte è entrato nella storia di questo piccolo paese, lo Stari Most di Mostar.

Il 9 novembre del 1993 (curiosamente esattamente 4 anni dopo la caduta del Muro di Berlino) il ponte veniva distrutto dall’artiglieria croata diventando uno dei simboli dell’orribile guerra che sconvolse i Balcani.

Già prima di essere distrutto il ponte era un simbolo, ma dal significato diametralmente opposto; univa la parte croata e quella bosniaca ed era talmente importante per il commercio e la ricchezza della città che lo stesso nome Mostar significa “custode del Ponte”.

Oggi il ponte svetta di nuovo sulla Neretva, ricostruito dopo la guerra grazie a capitali stranieri; passarci su fa una certa impressione e fa riflettere su come, in quegli anni, l’odio avesse accecato le persone.

Dal ponte, dando le spalle alla moschea Koski Mehmed-Pasha, si riescono a scorgere sulla riva della Neretva gli enormi blocchi che componevano il ponte originale; mi sono parsi il simbolo di questa città, il cui centro storico è perfettamente ricostruito (al limite del posticcio) mentre spostandosi anche solo di poche decine di metri si trovano ancora, evidentissimi, i tragici segni della guerra.

Lo Stari Most di Mostar (foto di Balkanization387 - Flickr)

Il ponte sulla Drina

Sempre un ponte da il titolo all’opera di più importante di Andrić, “Il ponte sulla Drina”.

Il romanzo è ambientato e racconta la storia di Višegrad, una città bosniaca di confine che rappresenta il punto di contatto tra cultura occidentale e orientale, tra musulmani e cristiani.

Insomma, Višegrad è un po’ il simbolo della Bosnia, terra di confine, in cui per secoli mondi diversi si sono incontrati e hanno convissuto.

Andrić traccia un ritratto perfetto di quest’area, offrendo al lettore la possibilità riuscire a comprendere quello che sarebbe successo in questa terra negli anni ’90.

Per chiudere vi lascio con le ultime righe del racconto “I ponti”, a mio parere stupende:

E infine, tutto ciò che questa nostra vita esprime – pensieri, sfortune, sguardi, sorrisi, parole, sospiri – tutto tende verso l’altra sponda, come verso una meta, e solo con questa acquista il suo vero senso. Tutto ci porta a superare qualcosa, a oltrepassare: il disordine, la morte o l’assurdo. Poiché, tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito e al cui confronto tutti i ponti di questa terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. Mentre la nostra speranza è su quell’altra sponda.