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New York ama le ragazze (non solo quelle di Sex and the City)

Sono finita da sola a New York quasi per caso, dopo essermi persa un uomo per strada assieme alla Lonely Planet della Croazia. New York è lontana ma sembra vicina, appena il dollaro scende un po’. E poi c’era l’Estate Indiana alle porte – quell’adorabile periodo che coincide con il nostro primo autunno – e Halloween pronto ad esplodere, a pochi giorni di distanza. Un misto fra Autumn in NY cantata da Ella Fitzgerald e l’horror Trick or Treat: praticamente il momento perfetto per partire.


Così eccomi là, col mio biglietto a meno di 400 euro firmato TAP, a guardare lo skyline dal bus che mi portava dalle 2 ore di controlli antiterrorismo di Newark al cuore della Mela. Sembrano lego, da lontano, le torri di New York. Viaggiavo da sola per la prima volta, ma ero tranquilla. New York post 9/11 è una delle città più sicure degli USA, i supermercati e le palestre notturne ti fanno sentire una di Friends, e quasi tutti girano senza fidanzato (a parte le romantiche coppie gay). E poi avevo letto “Volete sapere cosa è New York” di E.B. Whites, l’unica guida da consultare prima di partire. Il mio solo grande problema era perciò: dormire. Il vero apparente limite quando si viaggia soli é trovare un posto decente per la notte, senza spendere un patrimonio. Questo di solito coincide con l’ostello centrale. Prima di partire però avevo sentito da molti quella storia dell’orrore sui terribili bed bugs che infestano i budget hotel della metropoli. Li chiamano insetti da letto, sono Alien in miniatura. E si nutrono di turisti. Per evitare mostri fra le lenzuola la soluzione migliore era una stanza in un appartamento di un newyorkese. Costa poco e sui vari siti di Roomates, con un certo anticipo, pochi dollari e un po’ di attenzione si trovano buone cose. La mia lo era. Avevo un divano rosso con bagno condiviso e finestra gigante in un piccolo e colorato appartamento tipico fra la 6th e la 63esima. Duecento dollari per 10 notti a due strade dal centro del mondo.
Superati i problemi di convivenza con un piccolo cane molesto – NY è la città dei single con cani – adoravo già “casa mia”. E iniziavo a capire un fatto curioso: New York è un insieme di quartieri che sembrano paesi, fatti di nails bar e Starbucks di strada, idranti privati e bus della scuola, negozi di cibi organic e scale antincendio: nella metropoli per eccellenza è facile diventare subito una di zona.

Per evitare il clichè del visitatore medio, dalla mia New York erano escluse poi le altezze vertiginose, e io là non sono mai salita in cima a nulla. Se riuscite a tenere gli occhi a terra dal secondo giorno in poi (il primo la testa gira, deve girare) vi aspetta un mondo pronto a risucchiarvi, dove i tombini esalano film di Scorsese, le ragazze ti fermano per chiederti se lavori ad MTV e i quartieri più diversi si susseguono cambiando di continuo colore e anima: nulla si ferma mai. Neanche ai semafori, dove é impossibile attendere il verde e bisogna farsi trascinare dal flusso. Camminare, osservare, capire: quando si viaggia soli è fondamentale “geotaggarsi” da sé. Segnatevelo come consiglio due. Il terzo consiglio: comprate subito TimeOut e non dimenticatevi di Brooklyn. Io, a Brooklyn ci ho lasciato il cuore. Lo stomaco invece l’ho lasciato sul miglior cookie bollente della città – preso da Leaving Backery, minuscola pasticceria fra la Columbus e la Amsterdam, e divorato in una domenica di sole a Central Park, dopo aver marciato per i diritti delle mucche.
Brooklyn, dicono, è la nuova Manhattan. E ci si deve andare a piedi, passando dal ponte. Perchè quando ti volti capisci per la prima volta cosa ti lasci dietro. E quando arrivi ti aspettano Dumbo e le sue fabbriche di mattoncini rossi occupate dagli artisti, le case di Brooklyn Heights, con le loro zucche arancioni sulle scale, Park Slope e i dischi indie di Halcyion Shop.

Brooklyn meriterebbe da sola un blog intero. Come lo meriterebbero il mercato di Union Square Market, dove il sabato e la domenica trovi banchi di fiori commestibili e contadini della provincia sperduta, con il loro sciroppo d’acero e le torte fatte in casa: una fetta di apple pie sotto ai grattacieli può dare dipendenza. Potrei continuare ore, forse ci vorrebbe una seconda puntata, per parlare della pienezza degli scaffali di Barnes & Noble, delle t-shirt pazzesche di Brooklyn Industries, dei negozi a tre piani dedicati ad Halloween, di quel pomeriggio passato a guardare due anziani – uno bianco, uno nero – giocare a scacchi sui tavolini di marmo di Washington Park, di quella volta che Tim Burton camminava per il Moma, dei cinema aperti da mattina a notte fonda, del caos al neon di Times Square, di quanto burro contengono i cupcakes di Magnolia Backery, dei colori sgargianti dell’East Village, delle vertigini da shopping compulsivo da Urban Outfitter e Anthropologie, della luce che c’è quando risali la 6a strada al tramonto, dei newyorkesi e di quanti film ti vengono in mente ogni due metri.

Ma poi NY è così tante cose che nessuno probabilmente può raccontarla a nessun altro, e quindi smetto anch’io, con un’ultima postilla. A NY, e da sola, ho imparato la Lezione di Viaggio fondamentale. Non conosci davvero un posto se non usi almeno un giorno intero per camminare senza meta, mangiare schifezze e stare a guardare che succede. Perchè qualcosa, prima o poi, succede sempre.