• Pin It

Viaggio in solitaria… in bicicletta!

Il viaggiatore viaggia solo e non lo fa per tornare contento,

lui viaggia perché di mestiere ha scelto il mestiere di vento.

(Mercanti di Liquore)

 

All’età di 15 anni decisi che era giunto il momento di fare un’esperienza da sola, finalmente svincolata da tutti e pronta a cavarmela di fronte alle difficoltà che la strada mi avrebbe posto davanti. Sapevo di essere ancora acerba, ma l’adolescenza, si sa, è un teatro in cui si devono interpretare più parti per capire, finalmente, quale ci viene meglio. E io volevo provare, almeno per cinque giorni, a dimostrare che ero pronta a tutto.

Intrapresi così il mio primo e ultimo viaggio in solitaria: partii con uno zaino più grande di me e raggiunsi, cambiando tre treni, un paesino sperduto nelle vallate del Po dove avrei incontrato ragazze sconosciute della mia età pronte, come me, a condividere esperienze di bivacchi, campeggio e condivisione.

Purtroppo tutta quella voglia di indipendenza e affermazione personale rimasero sepolte sotto uno strato di incomunicabilità e timidezza: il passo provincia-resto del mondo era troppo grande per me e mi ritrovai a festeggiare il mio quindicesimo compleanno in mezzo ad estranei che a malapena conoscevano il mio nome e che – giurai – non mi avrebbero estorto una parola in più del “buongiorno” e “buonanotte”.

Inutile dire che sono rimasta segnata da questa esperienza e credo che la mia avversione per i viaggi in solitaria in età più matura sia dovuta, in parte, a quel lontano campeggio in cui nessuno mi conobbe veramente. Poi, però, mi sono imbattuta in tanti libri di viaggiatori solitari e, amando la lettura, mi sono pian piano ricreduta sul viaggiare con la sola compagnia del vento e della strada.

Costruzione di una palafitta - foto di Flickr di Omer K

Ho letto l’immancabile “Sulla Strada” di Jack Kerouac, un romanzo intramontabile, impulsivo, di rivolta e pieno di ansie, oscurità e ossessioni. Poi una cara amica mi ha regalato un libro all’apparenza non paragonabile all’opera dello scrittore americano ma che si è rivelato illuminante per l’arte del viaggio che trasmette: si tratta di Lorenzo Cherubini meglio conosciuto come Jovanotti e del suo terzo libro, “Il grande boh!“.

Ne “Il grande boh!” il cantante toscano racconta dei suoi viaggi solitari in Africa e in bicicletta alla scoperta della Patagonia. Lo fa con l’incalzante narrazione da inguaribile ottimista, lo fa attraverso le sue foto e le sue poesie senza frontiere. Confrontandosi con la fatica quotidiana – le pedalate nelle sterminate terre argentine – e con il genere umano – spesso trova qualcuno disposto a ospitarlo nonostante la palese condizione di miseria – Lorenzo Cherubini mi ha trasmesso con la semplicità e l’immediatezza che lo contraddistinguono la voglia di misurarmi di nuovo con un viaggio in solitaria. Queste sono alcune parole tratte dal libro:

[...] il viaggiatore trova la sua casa nel muoversi, la mobilità è il suo equilibrio, il muoversi è il suo modo di essere radicato. La mia è sempre di più la lingua dei viaggiatori e chi decide di ascoltarmi deve sapere che io sono uno che racconta mondi che ha visto e mondi che vuole vedere e non conosco a fondo la lingua del posto, la lingua degli stanziali, strimpello strumenti e parlo male diverse lingue e di volta in volta ho bisogno di musicisti e di interpreti per piantare le tende nel luogo e restarci finché non mi riprende il senso di irrequietezza che mi porta a fare di nuovo i bagagli e partire.
Sono arrivato al punto che il mio bagaglio è un po’ troppo pesante, faccio di nuovo fatica a muovermi con agilità portandomi dietro tutta questa roba accumulata, è arrivato il momento di lasciare un po’ di bagaglio, di alleggerirmi e prendere una strada nuova magari solo con le scarpe ai piedi e il necessario per sopravvivere.

Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti durante un suo concerto

Nonostante la spinta che mi ha dato il libro di Lorenzo Cherubini non mi sono mai azzardata a partire da sola in bicicletta: troppa fatica e troppa inesperienza. C’è, però, qualcuno molto vicino a me che l’ha fatto: si tratta di Mauro Talini, classe ’73, viareggino e diabetico. Dal 1984 Mauro convive con il diabete insulino-dipendente e da qualche anno organizza viaggi in giro per il mondo da solo in bicicletta, per dimostrare che il diabete non è un limite ma una scuola di vita. Con la sua bicicletta ha attraversato grandissime distanze percorrendo itinerari coraggiosi e portando sempre un messaggio di speranza e solidarietà alle persone che ha incontrato lungo il suo percorso.

Vi lascio con le sue parole prese dal sito a lui dedicato: “Considero questi viaggi come viaggi dell’anima, che racchiudono gioia, sofferenza, interiorità, razionalità, irrazionalità e al tempo stesso sono una sfida continua nella consapevolezza dei miei limiti. Ogni volta al ritorno ho constatato un’apertura verso gli altri molto più positiva in tutti i suoi molteplici aspetti e sono dell’idea che qualsiasi sogno vogliamo realizzare o qualunque cosa desideriamo fare nella vita, dobbiamo iniziarla il prima possibile! L’audacia racchiude in sé genio e magia ed è capace di fare emergere forze che anche noi stessi non sappiamo di avere.

Mauro Talini e la sua bicicletta a Capo Nord