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Fare ricerca in Italia: la storia di Claudia che ha deciso di restare

Claudia Cocco

Chiudiamo questa bella avventura del viaggio al centro della ricerca con un’ultima intervista, questa volata disponibile anche in video, a Claudia Cocco una giovane ricercatrice all’Ospedale Gaslini di Genova per conto della Fondazione Veronesi.

Claudia ci parla di un po’ di tutto, dai viaggio alle difficoltà quotidiane che devono affrontare i ricercatori, dalle soddisfazioni alla sensazione di impotenza che spesso affligge chi affronta ricerche così importanti.

Su youtube trovate l’intera intervista, ma noi vogliamo segnalarvi una piccolo estratto in cui Claudia parla di viaggi e ci suggerisce un tema per il prossimo numero :)


Di seguito il testo integrale dell’intervista, qualora non vi andasse di vederla :)

 

SERENA: Claudia ci vuoi dire chi sei, cosa fai e qualcosa sulla fondazione

CLAUDIA: Mi chiamo Claudia Cocco e sono una dottoressa ormai da 10-11 anni qua al Gaslini di Genova e lavoro presso l’unità Aiac Immunologia e Tumori all’Istituto e ci occupiamo principalmente di leucemie pediatriche e qualche volta possiamo dedicare parte del nostro studio alle leucemie dell’adulto infatti il progetto per cui ho ricevuto la borsa Veronesi è appunto sullo studio di una leucemia dell’adulto. è un lavoro che mi piace tantissimo, per fortuna ho una continuità abbastanza lunga lavorativa e sono molto soddisfatta del mio iter e del lavoro che faccio.

SERENA: Benissimo. Da cosa nasce la tua vocazione per la ricerca?

CLAUDIA: Allora, il mio interesse per la ricerca si è sviluppato gradualmente. Sicuramente ero molto interessata alle scienze fin da piccola, diciamo dalle scuole medie avevo interesse verso le materie scientifiche e tutto ciò che riguarda l’organismo umano, però quando ho iniziato Scienze Biologiche  -  sono laureata in Scienze Biologiche – non sapevo che avrei fatto ricerca sul cancro, anzi a dire la verità la mia inclinazione era verso le scienze marine; d’altronde noi qui a Genova abbiamo l’Acquario e quindi ci viene anche spontaneo pensare alla biologia inquadrata in quell’ambito. Man mano che studiavo le materie ho iniziato a studiare la genetica, la biologia molecolare e anche tutto quello che dà origine al cancro o tutto quello che non si sa sul cancro mi ha stimolato verso la ricerca specifica sul cancro e da qui è nato  tutto l’interesse e il mio lavoro.

SERENA: Ci hai già detto in parte quello che fai, il tuo lavoro. Ci vuoi descrivere una giornata tipo? Arrivi qui la mattina e cominci facendo cosa?

CLAUDIA: Accendo il computer come prima cosa, guardiamo l’e-mail se ci sono notizie particolari, in particolare eventualmente su lavori che abbiamo mandato alle riviste per sapere se c’è qualche novità, se è stato accettato o è stato rigettato. Noi viviamo con quest’ansia per pubblicare; d’altronde il nostro lavoro consiste nel fare ricerca, della buona ricerca e metterla al servizio di tutti quelli che possono leggere i nostri lavori. Quindi dopo questo inizio un po’  organizzativo, la prima cosa che si fa è che si viene in questa stanza che è la stanza sterile in cui coltiviamo le cellule e facciamo gli esperimenti in vitro sulle cellule tumorali per vedere se riusciamo in qualche modo a contrastarne la crescita, guardiamo come stanno le cellule, facciamo i nostri esperimenti, quindi è tutta una giornata abbastanza frenetica da una stanza all’altra, tra i vari strumenti, siamo presissimi.

SERENA: Il team è composto da quante persone?

CLAUDIA: Attualmente siamo due persone, la mia responsabile ed io, devo dire che lavoriamo insieme ormai da undici anni io e lei in particolare; poi ultimamente per fortuna siamo riuscite ad ampliare il team ad un’altra persona poi ovviamente, come spesso succede, non sempre ci sono abbastanza  finanziamenti per tenere le persone, quindi la terza persona è un po’ ballerina, un po’ riusciamo ad averla e un po’ no. Al momento diciamo che io e lei siamo il pilastro di questa unità di ricerca.

SERENA: Benissimo. Ti avevo detto all’inizio di questa giornata che il tema che stiamo portando avanti si chiama “Viaggio al centro della ricerca” quindi vogliamo anche indagare un po’ la correlazione tra la ricerca e il viaggio; quindi capire e partiamo dalle basi: se ti piace viaggiare, se hai viaggiato per lavoro, e qualcosa che vuoi raccontarci qualcosa in questo ambito:

CLAUDIA: A me piace viaggiare e vorrei viaggiare molto di più come tutti penso, perché sono una persona curiosa e mi piace confrontarmi con tante persone diverse, anche di razze diverse, esperienze diverse e penso sia anche un arricchimento. Se fosse possibile nella vita di ognuno di noi anche viaggiare di più e conoscere veramente tante la realtà la nostra realtà piccolina, dove abitiamo, penso che ci risulterebbe ancora più microscopica. Per lavoro ho la possibilità di viaggiare perché spesso andiamo a congressi, sia in Italia che all’estero, quindi abbiamo anche la possibilità di interagire con ricercatori e scienziati anche di un certo livello, ed è una cosa assolutamente indispensabile per il nostro lavoro perché comunque sottoponiamo il nostro lavoro agli altri, e penso che il confronto sia per il nostro lavoro assolutamente indispensabile. Per fortuna quindi abbiamo la possibilità di viaggiare molto anche per il nostro lavoro

SERENA : Hai mai fatto ricerca all’estero?

CLAUDIA: Questo è un po’ il punto dolente del mio iter perché io non sono andata all’esterno un po’ per scelta personale nel senso che appena laureata mi sentivo un po’ insicura per fare un’esperienza di questo tipo, poi mi sono sposata abbastanza giovane, quasi subito dopo la laurea, quindi il fattore personale ha un po’ influito su questa scelta che non ho fatto anche perché se un ricercatore va all’estero secondo me ci deve stare un po’, almeno un paio di anni ci dovrebbe stare, anche perché è molto lungo, una ricerca non si può produrre in breve tempo,  quindi come esperienza all’estero andrebbe fatta in tempi abbastanza lunghi e quindi per me è andata così: però non recrimino nulla, sono contenta lo stesso.

SERENA: Però hai la possibilità di viaggiare per le conferenze, incontri…

CLAUDIA: Si, poi abbiamo anche la possibilità di ricevere dei ricercatori qua da noi; è capitato anche che siano venuti ragazzi anche giovani come me dalla Polonia, dalla Germania, dall’America quindi comunque lo scambio c’è, e reciproco, ci facciamo praticamente il terzo grado, ci confrontiamo, ed è bello lo stesso.

SERENA: Invece di viaggi per passione quale ti ha colpito, quale ti è piaciuto più di tutti?

CLAUDIA: Allora, io ho fatto due bei viaggi in moto, lunghi dai; sono andata in Spagna, la Spagna del Nord che è bellissima, e in Grecia. In moto è un’altra cosa rispetto ad altri mezzi di trasporto secondo me; è faticoso; macinavamo almeno quattrocento chilometri al giorno, un posto diverso ogni giorno o due e devo dire che si, assolutamente; adesso però ho un po’ limitato perché ho una bambina piccolina e quindi la moto la abbiamo lasciata, almeno che non prendiamo un sidecar!

SERENA: Parliamo di un tasto dolente dell’Italia: la fuga dei cervelli. Se ne parla tanto; tu che lavori in questo ambito ne saprai sicuramente qualcosa e avrai il tuo punto di vista, se vuoi parlarcene.

CLAUDIA: Avrei molto da dire; tra l’altro sono una dei rappresentanti dei precari di questo Istituto quindi potrei parlare a ruota libera; la fuga dei cervelli: capisco, e devo dire che ci ho pensato anche io neanche tanto tempo fa, l’estate scorsa, ma non perché non mi trovi bene qua, anzi devo dire che sono una che vede sempre il lato positivo e il bicchiere mezzo pieno. Se sono stata qua 10-11 anni vuol dire comunque che il mio percorso l’ho fatto, le persone con cui lavoro sono contente di come lavoro e quindi tutto sommato sono fortunata. D’altra parte devo dire  che a noi giovani e meno giovani precari viene chiesto forse molto di più e siamo costretti a dare molto di più rispetto a chi è più tranquillo dal punto di vista della posizione lavorativa. Da una parte questo è un bene perché tiriamo fuori veramente delle capacità notevoli, siamo in grado di fare esperimenti e scrivere progetti, parlare a livello internazionale per i congressi. Dall’altra ci sentiamo un po’ sminuiti, perché vorremo fare le stesse cose perché ormai siamo improntati così a dare il massimo, ma con una tranquillità diversa. Quindi vedere anche che in Italia c’è fondamentalmente una sorta di indifferenza, non solo del nostro lavoro – adesso però parliamo della ricerca – sottovalutazione perché sembra che noi facciamo i piccoli chimici così, tanto perché ci piace usare le provette. In realtà dietro tutte le terapie che sono in uso c’è il lavoro del ricercatore, quindi come non dare credito o non dare sostegno  ad un lavoro come il nostro quindi è normale alla fine chiedersi se vale la pena rimanere qua in Italia, soprattuto appunto perché come dicevo prima ti interfacci con lavoratori stranieri che ci raccontano la loro esperienza e lavorano in condizioni migliori dal punto di vista delle strutture e posso dire che giovani della mia età – tra i 35 e i 40 anni – hanno già una posizione che noi non riusciamo ad avere; quindi si, io ci ho pensato, anche se ho una bambina piccola: non è una scelta facile. Mi dico sempre che se fossi da sola e non avessi legami familiari sarei già andata, adesso mi sento già matura sia a livello di età che lavorativo per fare una esperienza simile e magari restare per quanto noi italiani siamo molto legati al nostro paese, alla famiglia. In una famiglia ci devo pensare un po’ di più; per il momento non ho ancora gettato la spugna; ho sempre la speranza che qualcosa cambi e con il movimento dei precari – c’è da per tutto, non solo a Genova – ci stiamo battendo, facciamo sempre tante iniziative,  qualcosa abbiamo ottenuto,qualcosina, qualche concorso in più (che ancora deve partire), però ci facciamo sentire. C’è molta rassegnazione perché ad esempio noi siamo duecento precari però siamo sempre in venticinque – trenta a partecipare alle iniziative e questo è un brutto segno per me perché vuol dire che le persone sono scoraggiate.

SERENA: Ora ci ricolleghiamo un po’ a questo discorso che abbiamo appena fatto dei giovani brillanti studiosi che se ne vanno all’estero in cerca di situazioni migliori. Per te quindi è più importante la passione, il team con cui lavori, che cosa è che alla fine ti ha fatto rimanere oltre alla famiglia e alla questione che hai spiegato.

CLAUDIA: Sicuramente la passione è quello che ci tiene – uso una espressione un po’ colorita –   inchiodati a questo lavoro, perché se non avessimo quella penso che non potremmo. è un mestiere talmente  interessante, talmente creativo, sempre diverso per cui è molto difficile – io parlo per me, ma mi confronto anche con le mie colleghe – è molto difficile rinunciare a fare questo lavoro. Per cui il team, le attrezzature e le condizioni di lavoro sono assolutamente indispensabili; però se non hai la passione soprattutto, che si traduce in creatività, curiosità, lavorare a ipotesi, verificarle; se non hai quello non riesci a fare assolutamente; puoi avere il team stratosferico o lo ultimo strumento di ultima generazione ma non ce la puoi fare.

SERENA: Siamo già all’ultima domanda. Se ti viene in mente qualsiasi cosa a cui tieni particolarmente sentiti libera di raccontarla. L’ultima domanda è quale è il tuo rapporto con questo mondo dei social network che noi utilizziamo e dal quale non possiamo assolutamente scioglierci.

CLAUDIA: Allora io sono iscritta a Facebook e devo dire che all’inizio non volevo, non so, condividere le mie cose in maniera pubblica anche se gli amici te li scegli; quindi mi sono iscritta, poi mi sono tolta, mi sono riscritta, però devo dire che è divertente, mi piace poi – adesso parlo di Facebook in particolare – interagisci anche con vecchi amici che non vedi da tanto. Non sono una sempre lì, tutti i giorni, a volte sto anche tre quattro giorni senza guardarlo. Forse più che Facebook sono interessanti appunti blog come il vostro in cui si discute, si condivide un argomento che possa interessare tutti; Facebook alla fine è solo un modo cosa fa uno e cosa fa un’altro. Un rapporto normale, diciamo, mi interessa e mi piace.

SERENA:  Quindi la prossima volta che accenderai Facebook andrai sulla pagina di TD a scegliere il prossimo tema

CLAUDIA: Viaggi in moto

SERENA: Non lo abbiamo ancora trattato, ci hai dato una bella idea. Le domande sono finite, non so se ti viene in mente qualcosa che vuoi dire:

CLAUDIA: C’è una cosa che mi preme un po’ perché sono andata da poco a parlare nelle scuole come ricercatrice perché c’è questa voglia di avvicinare anche i giovani al mondo della ricerca. Mi ha colpito una domanda “Quale è la cosa più interessante e bella e quale la più brutta del tuo lavoro o la più negativa”. A parte la cosa più bella che è la passione che hai e la fortuna di fare un lavoro che ti piace e la cosa più brutta – e chiudiamo con una cosa malinconica, che è una cosa che mi prende il cuore – capita che quando noi concludiamo uno studio e viene sponsorizzato ci chiamano istantaneamente dopo due o tre giorni  i pazienti – specialmente noi che studiamo le leucemie pediatriche – ci chiamano i genitori dei bambini e ci dicono che hanno letto sul giornale della nostra scoperta e se possiamo applicarla a loro figlio che non risponde alle altre terapie, c’è già la possibilità; a me viene un cuore piccolissimo soprattutto adesso che ho una bambina piccola e posso solo immaginare cosa significhi, ma anche prima perché si creano delle volte delle aspettative e tu sei costretto non a dire che la tua ricerca non è valida, ma che ci vanno dei tempi molto lunghi e burocratici come è giusto che sia per certi versi perché una cura prima di passare dal laboratorio deve essere verificata e deve seguire un iter prima di poter essere applicata effettivamente alla terapia e quello è il mio rammarico di dover dare delle risposte alle volte e disilludere le aspettative delle persone che chiamano e dire “ci dispiace, faremo del nostro meglio, per il momento…”.  Non possiamo dire “per il momento”, per loro non c’è tempo, hanno tempi diversi dai nostri.