• Pin It

Il punto sulla ricerca in Italia, spiegato da Paolo Veronesi (presidente della Fondazione)

Continuiamo il nostro “viaggio al centro della ricerca” stavolta dando spazio a un’altra voce ufficiale della Fondazione: il presidente Paolo Veronesi.

Come al solito si parla di ricerca, di viaggi e di molto altro…buona lettura!

p.s. non dimenticate di seguire live la cerimonia di assegnazione delle borse di ricerca della Fondazione Veronesi (che si sta svolgendo proprio oggi!) tramite il nostro hashtag #cervellinFUV  :D

La Fondazione Veronesi è uno degli enti più famosi in Italia per la promozione della ricerca scientifica. In questo periodo si parla tanto di Innovazione voi cosa state facendo per migliorare la ricerca in Italia?

 

Siamo convinti che il primo modo per innovare nella ricerca sia quello di creare innanzi tutto una nuova generazione di scienziati che possano esprimere la loro creatività e il loro talento. Per questo abbiamo istituito il young investigator programme, che prevede l’attribuzione di borse di ricerca tramite bandi pubblici per giovani italiani e stranieri. L’obiettivo è di promuovere giovani “colti nella ricerca”, che possano vivere il nuovo mondo della scienza biomedica con una moderna mentalità scientifica internazionale. Inoltre la Fondazione sostiene sin dalla sua nascita la Scuola Europea di Medicina Molecolare, l’unica istituzione in Europa che forma i medici di domani nei settori emergenti: genomica, medicina molecolare, nanotecnologie, bioetica; e l’unica ad occuparsi di tutte le possibili applicazioni in ambito medico e scientifico delle conoscenze nate dal sequenziamento del genoma umano.

Altri fondi destinati alla ricerca vengono erogati dalla FUV tramite bandi pubblici in campo oncologico e cardiologico nell’area della prevenzione. La medicina è sempre più predittiva e dunque la ricerca di laboratorio dovrebbe accompagnare la sua evoluzione.

 

Quali sono i risultati dei quali va più fiero?

 

Per il 2012 abbiamo erogato circa 100 borse di ricerca, oltre ad aver finanziato 26 progetti. Penso che, se la Fondazione sarà in grado di sostenere ogni anno 100 giovani, con il loro entusiasmo e la loro motivazione, credo che il nostro contributo allo sviluppo scientifico potrà essere davvero significativo.

 

Paolo Veronesi (foto di Roberto Arleo)

Le capita spesso di andare all’estero per lavoro? Dove torna sempre volentieri e perché, se può dirlo?

 

Viaggio spesso in tutto il mondo per i congressi di oncologia, ma da anni dedico particolare attenzione ai Paesi emergenti, in particolare al Sud America. Ritornare periodicamente in Brasile, Messico, Argentina, Venezuela mi ha consentito di apprezzare gli enormi progressi fatti in pochi anni in campo medico, e non solo, nei Paesi sudamericani. Quello che colpisce di più è l’entusiasmo con cui i colleghi sudamericani, i giovani in particolare, vivono e assimilano i progressi della medicina, il fiorire di eventi, le risorse sempre maggiori dedicate alla ricerca. Ovviamente i contrasti sociali sono ancora elevati, ma l’impressione è globalmente positiva, soprattutto se paragonata alla “disillusione” del mondo occidentale, ove oggi si fa fatica anche ad organizzare un convegno scientifico.

 

Al di là dell’aspetto professionale, le piace viaggiare?

 

Sì, amo moltissimo viaggiare con i miei figli, che a volte mi seguono anche nei viaggi di lavoro. La maggiore, in particolare, mi ha seguito negli ultimi anni in Cina, Brasile, Argentina e Messico.

 

C’è qualcosa che “prenderebbe in prestito” alle altre nazioni, dal punto di vista della Ricerca e della qualità della vita?

 

Devo dire che provo grande invidia per gli Stati Uniti, dal punto di vista sia della ricerca che della qualità di vita. Uno dei miei numerosi fratelli è “full professor” all’Università di Chicago, dove insegna economia, e nonostante la pressanti richieste delle università italiane non pensa minimamente a rientrare nel nostro Paese. I mezzi messi a disposizione dei ricercatori da parte delle università americane non sono neanche paragonabili ai nostri. Degli Stati Uniti apprezzo inoltre moltissimo il rispetto per i cittadini che seguono le regole. Certo non si può “sgarrare”, le pene sono severe e immediate, ma chi rispetta le leggi gode a mio parere di una qualità di vita molto superiore alla nostra.

 

Consiglierebbe ai giovani diplomati e laureati di fare un’esperienza di studio o di lavoro all’estero?

 

Assolutamente sì, perché il confronto con le più diverse realtà è molto importante per lo sviluppo intellettuale e umano dei giovani. Infatti ho pienamente appoggiato la decisione di mia figlia di frequentare l’università a Londra. Credo che trascorrere un periodo all’estero, e cercare i luoghi in cui meglio esprimere la propria autonomia e le proprie potenzialità, è sicuramente positivo. Tra l’altro oggi si tratta di un’esperienza molto più a portata di mano di qualche decennio fa: nel villaggio globale in cui viviamo infatti, i confini delle nazioni, sia geografici sia culturali, non sono più una barriera e il confronto reciproco è molto facilitato.

 

Ritiene che ci siano degli aspetti da migliorare nella Ricerca italiana?

 

Il problema della ricerca italiana risiede prima di tutto nella cronica mancanza di finanziamenti adeguati: lo Stato Italiano destina alla ricerca scientifica in generale solo l’1% del suo PIL, rispetto al 3% di Francia e Germania e al 10% degli USA. Si tratta di finanziamenti scarsissimi e insufficienti per sviluppare la nostra grande capacità di innovazione e per attirare e trattenere i giovani che, come ho detto prima, sono la nostra vera ricchezza.

 

Pensa che dall’estero ci possano “invidiare” qualcosa in tal senso?

 

La nostra cultura e il nostro talento. Innanzi tutto la nostra tradizione universitaria è fra le più qualificate in Europa e la formazione offerta dalle università italiane, anche a livello di specializzazione, è ottima. Lo dimostra il fatto che  i giovani laureati italiani che riescono a intraprendere la carriera della ricerca scientifica ottengono spesso brillanti risultati e sono molto apprezzati anche all’estero.

Inoltre siamo fra i Paesi a più alta produttività scientifica individuale in Europa (malgrado, come abbiamo visto, l’investimento rispetto al Prodotto Interno Lordo sia fra i più bassi) ed è dimostrato che la maggior parte dei risultati viene dai giovani. I nostri ricercatori, anche in condizioni di lavoro incerte e in regime di risorse limitate, si posizionano ai primi posti nella classifica europea per produzione di risultati scientifici individuali, davanti a Gran Bretagna, Francia e Olanda. Dunque la creatività e la capacità innovativa dei nostri giovani è effettivamente riconosciuta in tutto il mondo.

 

Quali sono in sintesi gli elementi più importanti alla base di una Ricerca di successo? La capacità di un team, la passione o i mezzi a disposizione?

 

Tutte e tre le cose sono indispensabili. In più aggiungerei la capacità creativa e innovativa.