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Ricercatori italiani all’estero: la storia di Claudette e Pier Giorgio

Oggi, sempre nell’ambito dello speciale del “Viaggio al Centro della Ricerca” in collaborazione con la Fondazione Veronesi diamo spazio a Claudette Falato e a Pier Giorgio Amendola, due ricercatori italiani emigrati all’estero….buona lettura!

Da cosa nasce la tua vocazione per la ricerca?

Claudette: Sono sempre stata una persona dinamica ed è in maniera dinamica che amo vivere il mio lavoro. Per dinamismo nel lavoro intendo progresso ed evoluzione continua. Non riesco a datare il momento in cui “ho scelto” di fare ricerca. Si è trattato di una processo lento,conseguenza naturale dell’amore ormai datato che nutro verso l’oncologia. E’ il desiderio di contribuire in maniera fattiva a tale sviluppo che ha motivato le mie scelte attuali. Fare ricerca per me significa continuare a studiare, mettere in pratica il mio apprendimento e ricavarne qualcosa di innovativo. Una sorta di passaggio dallo stato ricettivo a quello produttivo.

Pier Giorgio: Fin da bambino sono sempre stato mosso da una forte curiosità per la natura e dal desiderio di comprenderne i misteri. Ho frequentato il liceo classico ma ricordo che a scuola aspettavo sempre con impazienza l’ora di chimica e biologia. Credo sia estremamente affascinante dedicare la propria vita ad esplorare “sentieri” nuovi e mi piace pensare che il ricercatore, come un artista, sia un creatore di nuova conoscenza.

Cosa ti ha attratto della Fondazione Veronesi e cosa hai trovato all’estero che non c’è in Italia?

Claudette: La Fondazione Veronesi è, indiscutibilmente, una istituzione estremamente attiva nel promuovere e sostenere la ricerca in differenti campi delle scienze mediche. Vanta collaborazioni di notevole rilievo che fanno di essa un punto di riferimento nel panorama scientifico internazionale. L’ottenimento di una borsa di studio da parte della Fondazione non avrebbe potuto che conferire prestigio al mio curriculum. Da ciò la mia scelta di partecipare al bando di selezione per l’attribuzione di fondi per la ricerca in campo oncologico.

Ciò che ho apprezzato durante la mia esperienza lavorativa all’estero è l’ampio spazio dato alle idee dei giovani i quali hanno la possibilità di esprimersi e di vedere realizzati i propri progetti scientifici sotto la costante e fattiva supervisione di ricercatori di decennale esperienza. Ho lavorato in un ambiente molto stimolante e aperto alle novità. Ho avuto modo di collaborare con giovani ricercatori e di apprezzare la loro professionalità e competenza nella direzione di grossi progetti di ricerca. In poche parole, i giovani vengono investiti di grosse responsabilità e ciò li espone al confronto costante e produttivo, allo scambio vicendevole di esperienze con i ricercatori adulti. E’ ciò che andrebbe promosso in Italia.

Pier Giorgio: Mi sono laureato con una tesi che attiene la ricerca sul cancro: “Il ruolo del gene oncosoppressore p53 nel differenziamento adipocitario”. Per me è naturale pensare alla Fondazione Veronesi come il punto di riferimento scientifico più avanzato, non solo in Italia. Ricordo che quando ero adolescente leggevo la biografia del Professor Veronesi e tutti gli articoli che raccontavano come con le sue tecniche d’avanguardia fosse riuscito a restituire il sorriso a tante donne colpite dal cancro alla mammella. Il professore lottava perché non solo vincessero il male, ma anche il complesso di sentirsi mutilate. A me piace della Fondazione Veronesi non solo il grande rigore, l’impegno nutrito da tanta esperienza, ma anche l’impostazione etica di laica vicinanza alla sofferenza umana, senza pregiudizi o steccati ideologici e religiosi. All’estero mi sembra che, in molti casi, ci siano più porte aperte ai giovani che meritano, si spendano più soldi per la ricerca e ci siano dunque anche più sbocchi nel mercato del lavoro.

Sei un esempio calzante di quella che viene definita “la fuga di cervelli dall’Italia”. Cosa pensi che si possa fare per arginare questo fenomeno ed evitare che giovani brillanti e studiosi lascino il nostro Paese?

Claudette: Si tratta di una problematica estremamente complessa che affonda le sue radici in una situazione economica tale da aver rallentato la crescita del nostro paese. Siamo in un momento di stasi, una sorta di calma in superficie che, però, nasconde un ribollire di stati d’animo esasperati e stanchi soprattutto tra i giovani. Essi rappresentano la forza trainante di uno Stato che non li assiste. La “fuga dei cervelli”, purtroppo, è una delle tante piaghe di un paese ormai impoverito del suo bene più prezioso: le infinite potenzialità del proprio popolo. Un paese che ormai si regge su una storia che risale a tanti anni fa e che rischia di non fare più storia! I giovani andrebbero inseriti precocemente nel mondo del lavoro agevolando il formarsi di un raccordo ampio tra laureandi, laureati ed enti pubblici e privati. Questi ultimi dovrebbero investire maggiormente sulla formazione di personale qualificato con progetti di inserimento nell’ambito dell’organico dei giovani così formati. Bisognerebbe evitare di investire sulla formazione di personale che non vedrà prospettive di assunzione. Ciò causa un dispendio di risorse umane ed economiche. Ovviamente, andrebbe duramente contrastato il clientelismo. La ricerca andrebbe supportata finanziando progetti di alto profilo scientifico e investendo su giovani che, una volta arricchitisi di esperienza all’estero, trovano poi facile inserimento nel proprio paese di origine che riconosce e premia i loro meriti. Un investimento sul futuro, in poche parole!

Pier Giorgio: In realtà non mi piace definirmi un “cervello in fuga”. Infatti sono convinto che nella ricerca non ci debbano essere barriere geografiche e ritengo che ricevere una formazione in laboratori esteri di buon livello sia un passaggio molto importante per un ricercatore che abbia l’ambizione di lavorare in un contesto professionale più ampio di quello italiano. Dal mio punto di vista quindi il vero problema non e’ tanto quello della “fuga dei cervelli”, piuttosto e’ la carenza di prospettive adeguate che attraggano scienziati ben formati, italiani e stranieri, verso il nostro Paese. Oltre a maggiori investimenti per la ricerca, credo ci sia bisogno in Italia di “parlare” un po’ di più di scienza. Fare entrare maggiormente la scienza nella cultura del nostro Paese e accrescere l’interesse delle persone per il mondo della ricerca sono obiettivi importanti da perseguire: anche in questo si potrebbe sostenere lo sviluppo di politiche e investimenti a sostegno della ricerca.

La Fondazione ha una vocazione internazionale: quanto il melting pot di culture influenza positivamente la ricerca?

Claudette: Mescolanza di culture si traduce in continuo scambio di esperienze. Nel confronto quotidiano con diverse realtà culturali, si rafforza la consapevolezza del proprio sapere e del proprio saper fare, delle proprie potenzialità così come dei propri limiti. Ciò contribuisce allo sviluppo di un forte senso critico il quale rende ricettivi nei confronti delle novità ma funge anche da filtro nei confronti degli aspetti e dei punti di vista altrui non condivisibili. Tutto ciò amplia notevolmente gli orizzonti personali, stimola la curiosità e accresce la sete di conoscenza.

Pier Giorgio: La ricerca scientifica ha una natura globale: il progresso della scienza è infatti il risultato dell’attività di tanti ricercatori che svolgono la loro attività in laboratori sparsi in tutto il mondo. La vocazione internazionale della Fondazione è pertanto un elemento fondamentale per lo sviluppo scientifico dei progetti e per lo stesso progresso della ricerca in Italia. Nel mio caso, è una grande opportunità la possibilità di svolgere il mio progetto di ricerca in un laboratorio in cui confluiscono le esperienze e le competenze di ricercatori provenienti da diversi paesi. Il confronto continuo su temi di interesse comune contribuisce ad un indubbio miglioramento dei singoli progetti di ricerca.

Quando hai deciso di trasferirti all’estero, quali fattori hanno pesato sulla scelta della destinazione? Quanto ha inciso l’aspetto scientifico?

Claudette: Il Karolinska Institutet rappresenta una delle avanguardie nel panorama scientifico mondiale a fronte di una antica e prestigiosa storia che ha fatto dei suoi docenti gli assegnatori, ogni anno, dei premi Nobel per la Medicina. L’aspetto scientifico ha rappresentato, dunque, il motivo principale che mi ha portato a trasferirmi in terra scandinava. Il fascino di un paese quale la Svezia, così culturalmente e climaticamente lontano dal nostro, è stata la spinta definitiva per una scelta di vita così netta.

Pier Giorgio: La scelta di una destinazione all’estero non e’ stata semplice. Non bisogna infatti cadere nell’errore di pensare che tutto ciò che si trova al di fuori dell’Italia sia migliore. Nel mio caso, ho scelto la Danimarca perchè credo sia un paese che offre ottimi programmi di dottorato e buone prospettive di crescita professionale. L’aspetto scientifico e’ stato chiaramente determinante nella scelta. Infatti, anche grazie al supporto della Fondazione Veronesi, mi e’ stata offerta l’opportunità dalla Professoressa Lisa Salcini di lavorare ad un interessantissimo progetto di ricerca presso il suo laboratorio al Biotech Research and Innovation Centre (BRIC) di Copenhagen. Il BRIC e’ un centro di eccellenza per la ricerca biomedica e oltre ad avere dei laboratori all’avanguardia offre una straordinaria opportunità di formazione con frequenti seminari, convegni e corsi specifici, spesso tenuti da professori di fama internazionale.

Com’è stato trasferirsi in una città nuova? Quali posti ti piacciono di più della tua nuova “casa”?

Claudette: Stoccolma è una città che “non accoglie a braccia aperte”. Tuttavia, la bellezza dei suoi paesaggi attutisce l’impatto iniziale. Dopo pochi giorni di permanenza ci si rende conto del suo carattere multietnico e del grado di integrazione delle diverse etnie all’interno della società. Si prende così coscienza dell’apertura mentale del popolo svedese. Ciò che amo di più sono i colori dei paesaggi,così differenti nei vari periodi dell’anno e anche nell’arco della stessa giornata, da suscitare sempre nuove emozioni e stati d’animo. Stoccolma è la città dei panorami mozzafiato conditi da un imperdibile tramonto a mezzanotte durante il mese di giugno.

Pier Giorgio: Trasferirsi in una città nuova è sempre una grande avventura. Ci vuole molta energia e forza di volontà per riuscire a ricreare relazioni con persone nuove e per inserirsi e ambientarsi in un nuovo paese. Però sono sicuro che questo sforzo venga ampiamente ripagato. Io, ad esempio, sono molto contento delle opportunità che ho avuto finora in termini di nuove conoscenze sia culturali sia con tante persone che ho avuto modo di incontrare in questi anni. Sentirsi cittadini del mondo è un’esperienza davvero appagante e formativa. Per quanto riguarda la mia vita a Copenhagen, posso dire che ho subito avuto modo di apprezzare l’efficienza scandinava ed il grande senso dello Stato e della cosa pubblica che si avverte dovunque. Mi piace constatare che quella stessa popolazione che un tempo strappò al mare il suolo per costruire dimore bellissime e centri di commercio oggi va in bicicletta per rispetto dell’ambiente e per evitare inquinamenti.

Ci sono altri luoghi che hai frequentato per motivi di ricerca? Quale ti è rimasto più impresso?

Claudette: Ho avuto una esperienza di studio all’estero durante gli anni di università. Ho vissuto per qualche mese a Porto. Il Portogallo rappresenta la mia seconda casa per la bellezza dei luoghi, per la storia del paese  ma soprattutto per il calore, la gentilezza e l’ospitalità del popolo portoghese.

Pier Giorgio: Nel periodo successivo alla laurea specialistica ho svolto uno stage di alcuni mesi all’IDIBAPS (Institut d’investigacions Biomediques August Pi I Sunyer) presso l’Hospital Clinic di Barcellona, sostenuto da una borsa di studio del programma “Unipharma Graduated”. Inoltre, durante la laurea triennale avevo trascorso un periodo di un anno come studente Erasmus all’Universita’ di Valencia.

L’esperienza che piu’ mi e’ rimasta impressa e che mi ha fortemente e positivamente cambiato e’ stata comunque la tesi di laurea specialistica che ho svolto presso il Weizmann Institute of Science, un prestigioso istituto di ricerca in Israele. Grazie al supporto della Fondazione “Sergio Lombroso”, ho potuto lavorare per un anno nell’eccellente laboratorio della Prof. Varda Rotter, dedicandomi allo studio del gene oncosopressore p53. Il soggiorno in Israele e’ stato senza dubbio un’esperienza centrale della mia vita che mi ha fatto crescere e maturare profondamente sia dal punto di vista professionale che umano. Conservo sempre uno splendido ricordo di quel periodo e il desiderio un giorno di ritornarci.

Cosa ti manca di più dell’Italia?

Claudette: Dell’Italia mi manca….l’Italia!!!

Pier Giorgio: La mia famiglia e il mare. Sono un velista e amante del mare. Copenhagen e’ una citta’ di mare, ma mi mancano moltissimo le nostre meravigliose acque di sapore mediterraneo.

Pensi un giorno di tornarci?

Claudette: Penso assolutamente di tornarci!E’ la mia culla e resto a lei indissolubilmente legata.

Pier Giorgio: Certo mi piacerebbe moltissimo poter ritornare in Italia in futuro. Questo forse non è solo un sogno perché nel nostro Paese comincia a profilarsi una svolta nelle politiche della legalità, del lavoro, della ricerca scientifica. Mi auguro che nei prossimi anni l’Italia possa realmente intraprendere un nuovo percorso di sviluppo economico. E’ una condizione essenziale per rilanciare la ricerca scientifica e consentire così a tanti validi ricercatori, oggi inseriti in laboratori esteri, di poter rientrare e portare con sé il patrimonio di conoscenze acquisito in tanti anni di ricerca scientifica. L’Italia può tornare grande e competitiva e inoltre, non lo dico per orgoglio nazionale, mi sono accorto di quanto ci stimino nei centri all’estero dove si fa ricerca: gli italiani sono spesso in posizioni chiave.

Qual’è il tuo rapporto con i nuovi media (Facebook, Twitter) Pensi che possano essere utili alla ricerca e alla prevenzione?

Claudette: Ritengo che siano possenti mezzi di divulgazione capaci di trasmettere in manieria diretta importanti messaggi finalizzati alla informazione,prevenzione e alla sensibilizzazione delle masse. Il mio personalissimo rapporto? Un filo diretto con i miei amici lontani!

Pier Giorgio: Tutti i social network aiutano una certa rapidità della comunicazione tra operatori della scienza, anche se poi sono solo le pubblicazioni ufficiali a darci l’esatta misura, la reale consistenza di un vero risultato scientifico. Bisogna saper fare un uso prudente e ponderato dei social network per non cadere in abbagli. Rimane comunque il fatto che dal punto di vista umano ci si sente parte di una sterminata comunità di ricercatori e si possono stringere buoni rapporti personali.