• Pin It

Viaggio al Centro della Ricerca: intervista al professor Umberto Veronesi

Da oggi, per una settimana, Travel Different cambia un po’ proponendo uno speciale dedicato alla Ricerca realizzato in collaborazione con la Fondazione Veronesi: Viaggio al centro della Ricerca.

Proporremo interviste a studiosi che ogni giorno cercano di portare avanti, tra mille difficoltà, il loro lavoro; parleremo di ricerca, ma anche di viaggi, incontri e molto altro. Si parte oggi con una intervista al professor Umberto Veronesi (fondatore dell’omonima Fondazione).

Il momento clou si avrà il 28 Marzo quando al Campidoglio la Fondazione Veronesi assegnerà 95 borse di ricerca a giovani medici e ricercatori provenienti da 11 Paesi e presenterà 26 progetti di ricerca che saranno finanziati.

Noi ci saremo e vi terremo aggiornati con una bella diretta su Twitter che potrete seguire con l’hashtag dello speciale: #cervellinFUV

In attesa della premiazione, vi lasciamo all’intervista del professor Veronesi… buona lettura!

 

Professore, ci può illustrare l’attività della sua Fondazione?

 

La Fondazione Umberto Veronesi nasce nel 2003 con l’obiettivo di sostenere la ricerca scientifica e di promuovere la cultura della scienza per una sempre più ampia condivisione dei suoi valori etici. Le sue attività si svolgono quindi nelle aree del sostegno alla ricerca, dell’informazione e della divulgazione scientifica. Il contributo alla ricerca segue due linee di finanziamento: il young investigator programme, che prevede l’attribuzione di borse di ricerca tramite bandi pubblici per giovani italiani e stranieri, e l’erogazione di fondi tramite bandi pubblici in campo oncologico e cardiologico. L’impegno sul fronte divulgativo si concretizza in una serie di iniziative pubbliche di promozione del sapere scientifico, mirate a incrementare la consapevolezza delle scelte cruciali alle quali il progresso scientifico chiama la nostra società. Rientra in quest’ambito il programma The Future of Science, che attraverso una conferenza mondiale organizzata ogni anno a Venezia, affronta i temi più urgenti del rapporto scienza e società. Fra le scelte fondamentali per l’umanità rientra in primis quella fra la guerra e la pace e su questa base è nato Science for Peace, il movimento della FONDAZIONE VERONESI che valorizza il contributo della scienza alla pace mondiale. A fianco di questi programmi speciali, la FONDAZIONE VERONESI ogni giorno realizza azioni nell’ambito dell’informazione biomedica e della sensibilizzazione sulla prevenzione: su web, attraverso il portale www.fondazioneveronesi.it e Sportello Cancro, la guida online per il mondo oncologico realizzata in collaborazione con il Corriere della Sera; sugli altri media televisivi e cartacei, grazie a importanti partnership di consulenza scientifica. La Fondazione è molto attiva anche nelle scuole per le quali svolge da anni il programma I giorni della scienza.

Umberto Veronesi (foto di Nanni Fontana)

 

 

Da cosa nasce la vocazione per la ricerca?

 

Senza ricerca scientifica un Paese uccide il suo futuro. Non è solo una convinzione personale, ma una realtà osservabile in tutto il mondo. Purtroppo L’Italia, pur disponendo di menti scientifiche brillantissime, non ha una forte strategia della ricerca, e le risorse finanziarie dedicate son molto limitate rispetto agli altri Paesi avanzati. Questo perché, al di là della cronica scarsità di fondi, manca da noi la cultura della scienza. Penso quindi che sia urgente non solo aumentare i finanziamenti alla ricerca, ma contemporaneamente diffondere nella società la consapevolezza dei valori intrinseci al mondo della scienza, perché è l’espressione più avanzata delle potenzialità dell’intelletto umano. Il pensiero scientifico è frutto di un meccanismo logico basato sull’evidenza, sui fatti osservati o sperimentati e non sull’irrazionalità. Proprio perché è costantemente alla ricerca della verità e dell’universalità dell’informazione, è fattore insostituibile di progresso.

 

Si sente spesso parlare di “cervelli in fuga”. Cosa consiglierebbe a un giovane ricercatore italiano? Ritiene che viaggiare possa contribuire in maniera fondamentale alla formazione di un ricercatore?

 

In generale, per lo sviluppo intellettuale di un giovane, il confronto con le più diverse realtà è assolutamente necessario. Quindi io penso che sia bene che i ragazzi vadano all´estero, almeno per un periodo della loro vita – e che gli stranieri vengano da noi – e credo sarebbe antistorico rinchiudersi in forme di neonazionalismo. È legittimo andare alla ricerca del luogo in cui meglio esprimere le proprie potenzialità.

A maggior ragione, per un giovane ricercatore il completamento della propria formazione all’estero è senz’altro utile. Oltretutto i nostri ricercatori sono in genere molto apprezzati in terra straniera, perché la loro preparazione di base, malgrado alcuni problemi delle Università italiane, è di solito molto buona. Anche se la scelta di lasciare il proprio paese per poter realizzare il proposito di dedicarsi agli studi che appassionano non è mai “comoda”; per accreditarsi agli occhi della comunità scientifica e conquistarsi la facoltà di proseguire nel filone di ricerca voluto è infatti necessario dedicare anni ed energie. Il mondo della scienza è un mondo internazionale per definizione; oggi, in una società globale, lo è ancora di più.

 

Lei spesso ha sottolineato l’importanza di dare la percezione del valore della Scienza ai giovani ed in generale al nostro Paese sottolineando come i problemi possano e devono essere risolti con la forza della ragione. Quanto può influire la conoscenza di culture diverse dalla nostra nella mentalità delle persone?

 

Moltissimo: la fecondazione reciproca del pensiero e delle idee, il cosiddetto processo di “cross-fertilization”, è alla base del progresso moderno. La comunità scientifica è per sua natura multinazionale e multiculturale. Quello che la scienza chiede oggi è appunto un ambiente di ricerca costituito da diversi studiosi, che possano confrontare linee di pensiero derivanti da scuole scientifiche differenti, arricchirsi culturalmente, ampliare i progetti comuni di studio. L’Italia ha assolutamente bisogno di creare una comunità scientifica internazionale, e ogni ritardo in questo progetto è una minaccia per il nostro futuro. La necessità infatti è non solo che i nostri ricercatori più brillanti rientrino dall’estero e che i nostri giovani non espatrino, con il loro patrimonio di idee e di creatività, ma anche che il nostro Paese diventi altrettanto attraente per il mondo della scienza internazionale.

 

Viaggiare in Italia e all’estero può incentivare lo sviluppo di alcuni dei campi in cui si è impegnata la Fondazione?

 

Certamente sì. L’apertura sul mondo fa parte dell’attività dello scienziato, e la Fondazione, che promuove la scienza, non può che condividerla e incentivarla. Tra l’altro il nostro Paese, come gli altri paesi occidentali, negli ultimi decenni si è trasformato, e il suo confine, sia geografico sia culturale, non è più una barriera, una linea oltre la quale c´è il diverso. Viviamo oggi nel il villaggio globale: in poche ore e con costi abbordabili ci spostiamo da uno Stato all´altro, o da un continente all´altro.

 

Ogni Paese investe in maniera diversa nella ricerca ed opera differentemente. Lei cosa importerebbe in Italia e cosa esporterebbe?

 

Nel mondo globale della ricerca che abbiamo descritto, il concetto di import –export mi sembra diventato obsoleto. Persone, tecnologie risorse vanno condivise.

 

Da anni sta conducendo una campagna contro il fumo. Negli ultimi decenni in Italia ci sono stati dei passi avanti ma come giudica la situazione del nostro Paese rispetto a quella del resto del mondo occidentale? Ritiene che si debba e si possa fare di più?

 

Secondo i dati dell’ultimo Eurobarometro (il servizio della Commissione europea che misura ed analizza le tendenze della popolazione in tutti gli Stati membri) il numero dei fumatori nella UE è in calo: erano il 32% nel 2006 e nel 2009 sono scesi al 29%. Questo è dovuto soprattutto al fatto che in tutti i Paesi europei, su modello dell’Italia, è stata introdotta una legge che limita il fumo nei luoghi pubblici. Non dimentichiamo infatti che l’Italia, conla Legge3/2003 (art. 51: “tutela della salute dei non fumatori”), che ho presentato come Ministro della Salute nel 2000 e che è stata applicata dal Governo successivo nel 2005, è stata il primo grande paese europeo ad introdurre una normativa per regolamentare il fumo in tutti i locali chiusi pubblici e privati, e che la nostra legge è stata considerata un esempio di efficace intervento di salute pubblica in tutta l’Europa.

In generale però, anche se  negli ultimi 50 anni si è assistito  in Italia, come in tutto il mondo occidentale, ad una graduale diminuzione dei fumatori, nel nostro Paese il fumo attivo rimane la principale causa di malattia e di mortalità prevenibili. Inoltre, se analizziamo l’andamento della prevalenza dei fumatori nel corso degli anni, risulta evidente come abbia oramai subito  una sostanziale stabilizzazione: si verificano infatti solo fluttuazioni che non modificano sostanzialmente quello che ormai è ritenuto lo zoccolo duro dei fumatori.

Occorrerebbe quindi una nuova legge per completare l’azione intrapresa con il divieto di fumo sui luoghi pubblici: ora il passo successivo deve essere fatto nella direzione della tutela dei più piccoli. Bisogna tenere conto che l’età in cui si comincia a fumare si è abbassata fino alle soglie dell’adolescenza (11-13 anni): un periodo in cui si assumono determinati modelli comportamentali più per imitazione e omologazione che per ribellione e trasgressione delle regole imposte. Occorre trovare delle soluzioni, ovviamente non coercitive, per fare in modo che i bambini non siano costretti a respirare il fumo degli adulti e non ricevano modelli di comportamento negativi: un genitore che fuma davanti ai suoi figli li autorizza di fatto ad imitarlo. Ecco perché l’obiettivo di No smoking, be happy, la nuova campagna antifumo che ho voluto promuovere attraverso la Fondazione, è, fra gli altri, proprio la difesa dei bambini e del loro diritto a non subire il fumo in famiglia.

Un altro grave problema è quello dalle donne fumatrici: a differenza degli uomini, non solo non smettono di fumare, ma il loro numero è in costante crescita. Lo conferma l’aumento dei casi di tumore polmonare femminile (malattia quasi sconosciuta fino a vent’anni fa, quando le donne fumavano molto meno). Inoltre, la recente comunicazione della Società Europea di Cardiologia che il fumo di sigaretta, anche in termini di gravi malattie cardiovascolari e di infarto, risulta nettamente più dannoso per la donna che non per l’uomo, ripropone in maniera drammatica e urgente il tema della ricerca di campagne efficaci per eraticare l’abitudine al fumo femminile. Anche su questo fronte la Fondazione è attivamente impegnata in campagne di sensibilizzazione mirate.

 

Qual è il suo rapporto con i nuovi media (Facebook, Twitter, ecc…)? Pensa che possano essere utili alla ricerca e alla prevenzione?

 

I social network sono strumenti privilegiati per condividere conoscenze, opinioni e persino valori con la popolazione di tutto il pianeta, e per facilitare la diffusione di una cultura partecipativa. Grazie alla diffusione di questi straordinari veicoli comunicativi ci troviamo oggi agli esordi di una cultura veramente pluralistica, multietnica e multiconfessionale, senza confini, senza frontiere e senza barriere ideologiche, di cui senz’altro possono beneficiare enormemente anche i messaggi che promuovono la cultura scientifica e la prevenzione.

 

Tra tutte le scoperte che ha fatto negli anni, quale le ha dato maggiori soddisfazioni?

 

Direi quella che ha cambiato l’approccio generale al trattamento dei tumori nel mondo: l’intervento di quadrantectomia per i tumori del seno.

 

Da sempre lei ha scelto di essere vegetariano. Viaggiando all’estero avrà sicuramente avuto modo di entrare in contatto con abitudini alimentari diverse. Quanto sono importanti? In cosa la nostra cucina è davvero un modello da prendere come esempio?

 

Le abitudini alimentari rispecchiano anche la cultura e la tradizione di un Paese, ma oggi, come abbiamo già detto, il mondo è globale, e la tendenza è a uniformarsi verso un’alimentazione corretta. L’Italia è il Paese per eccellenza della dieta mediterranea – basata su olio d’oliva, pomodori, cereali, pesce, legumi, verdura e frutta – ritenuta uno dei modelli alimentari più efficaci per mantenersi in salute, tanto che è stata addirittura decretata dall’Unesco (con ratifica del nostro Senato) patrimonio dell’umanità. In particolare è ormai accertato che l’alimentazione di tipo mediterraneo ha funzioni protettive contro i tumori: mangiare agrumi, vegetali in genere (in particolare cavolfiori, broccoli e quant’altro rientra nella famiglia delle crucifere), sostanze ricche di vitamine e abbondante olio di oliva, equivale infatti ad assumere degli antidoti contro i cancerogeni ambientali.

 

Conosciamo tutti il Professor Veronesi come uomo di Scienza, ma ci piacerebbe conoscere anche il lato umano… Le piace viaggiare? Quali sono i suoi posti preferiti?

 

Sì mi piace moltissimo viaggiare, lo faccio spessissimo per lavoro e, quando posso, anche nel tempo libero. Sono un curioso e mi piace qualsiasi viaggio.